Gianni Amelio contro i ladri di speranza

di Fernanda Moneta

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Il patrimonio audiovisivo italiano troppo spesso giace abbandonato negli archivi. Possiamo ritenerci fortunati se gli archivi sono quelli nazionali, perché durante il dopoguerra molte pizze coi nostri film sono state portate all’estero come bottino di guerra, assieme ad altre opere d’arte. Con la rassegna Una disperata speranza. La televisione di Gianni Amelio (26 e 27 marzo 2013), il Cinema Trevi di Roma rispolvera alcuni film di Gianni Amelio, regista forse più noto per aver diretto Il ladro di Bambini, film in cui un poliziotto che ha in custodia due minori abusati, per salvarli da un collega pedofilo, li porta via da Roma. Oggi, nell’era digitale in cui il medium è uno solo (0/I, il codice binario) e dunque persino la cosiddetta multimedialità è un termine improprio e vecchio che non vuol dire nulla, oggi, che il supporto è uguale per tutto (audio, audiovisivo, cinema, fotografia, etc) e dove si lavora normalmente ad opere funzionali a tutti i contesti distributivi (sulla trasmedialità), determinanti sono solo ed esclusivamente i contenuti. Distinguere tra televisione e cinema è assurdo, ma ancora, a quanto pare, nelle province della cultura globale, che sono un fatto mentale più che geografico, ci si attarda ad utilizzare un linguaggio vecchio, ormai privo di significato. Sarebbe il caso di dar aria alla casa e questo non sarà mai atto troppo presto. Gianni Amelio, negli anni 70, con il supporto analogico (le cassette giganti che registravano sui nastri, per capirci) realizzava film.

E perché non avrebbe dovuto?!

“In tutti i film che ho fatto – dice Amelio – c’è un filo rosso che riguarda non tanto la cultura, che può anche essere intesa come conoscenza di vita, quanto il sapere. In tutti i miei film, secondo me, il sapere è visto come un’arma a doppio taglio. Chi ha in mano il sapere può usarlo per o contro, per se stesso o contro se stesso, per un altro o contro un altro. C’è in tutti i personaggi dei miei film un’ansia di sapere, qualche volta anche fuori posto, che confina con l’illusione, con la mitologia sbagliata”.
(in Emanuela Martini a cura di, Gianni Amelio: le regole e il gioco, Lindau, Torino, 1999, p. 139)

Parla di contenuti, Amelio, parla di potere che si basa sulla secretazione e/o il boicottaggio della divulgazione dei contenuti.
Amelio sa bene cosa vuol dire il fatto che chi ha il potere si tiene stretta la conoscenza delle quattro cose che sa o crede di sapere, cercando di mettere ai margini chi non fa parte del club.

Il suo Ladro di bambini rischiò di sparire dalle sale perché la casa di produzione non riusciva a trovare i soldi per farne almeno una copia di riserva.
Anche questo voleva dire lavorare in pellicola: ogni copia costava milioni di lire (oggi, col digitale, questa sembra fantascienza. Quanto costa una copia digitale?! Anzi, cosa si intende per “copia”, in ambito digitale?!).

All’epoca ci fu una sommossa dei critici cinematografici e dei giornalisti che si occupavano di cinema.
Sommossa educata, per carità, fatta dalle pagine dei quotidiani e delle riviste specializzate.
Amelio ricorderà la presa di posizione di Paese Sera, ad esempio, che dedicò al suo film un’intera pagina con gli articoli: “Il ladro di bambini” Paradossi e minacce dietro l’entusiasmo di Callisto Cosulich, più La ripresa del cinema “azzurro” e il futuro è ancora più chiaro di Fernanda Moneta (la sottoscritta), a pag. 17 di Paese Sera di domenica 19/lunedì 20 aprile 1992.

Montammo a livello nazionale una campagna stampa di sensibilizzazione a favore di Il ladro di bambini e alla fine i soldi vennero trovati. Perché i soldi non sono mai il vero problema.

Il problema sono i contenuti che possono essere comodi o scomodi, utili o inutili, volti al bene o al male, funzionali o no.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 30 marzo 2013

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