I colori dell’amore, i preconcetti e la massmediologia

di Fernanda Moneta

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“I colori dell’amore” è una trasmissione che da un po’ di settimane va in onda la domenica alle 21 e 30 su Real Time e che ci fa entrare nella vita di coppie composte da individui di etnie differenti. Per promuoversi, giustamente in occasione del periodo di San Valentino, è stato lanciato, ed è ancora visibile in rete, un vero e proprio cortometraggio il cui slogan è “viva l’amore, abbasso i pregiudizi”.

Questo film parla di preconcetti. Il preconcetto è un’idea che fa parte di noi, figlia del nostro bagaglio esperienziale.
È sera. Un ragazzo cammina per le strade di una città portando un mazzo di rose. Indossa un cappotto, una sciarpa e un cappello a cuffia di lana nera. Le coppie di innamorati che lo incrociano, cercano di evitarlo. Ogni volta, l’uomo protegge la sua donna, le fa scudo col suo corpo e dice “no” al ragazzo, che va oltre ed entra in un ristorante. Un cameriere lo accoglie con una smorfia. Il ragazzo va ad un tavolo dove siede una ragazza, che lo riconosce, si alza, lo abbraccia, lo bacia e accetta con gioia il mazzo di rose.
Quella che sembrava la serata di un venditore ambulante, in realtà era un brano di una storia d’amore.
Anche solo trent’anni fa, normalmente “ragazzo”+”mazzo di rose” sarebbe stato decodificato come “innamorato” o “ragazzo che va ad una cena e porta dei fiori per la padrona di casa”, al limite come “fattorino di un fioraio che porta i fiori di un innamorato”.
Figli della cronaca, noi decodifichiamo il segno “ragazzo”+”mazzo di rose” come “venditore ambulante” perchè la nostra esperienza quotidiana ci ha insegnato a fare così, deformando la nostra mente e il nostro cuore. Ci ha resi più duri e chiusi alla condivisione del sentimento dell’amore e della gioia che esso porta con se’.
È dunque l’esperienza che forma i preconcetti.
Muovendosi nella vita di tutti i giorni, occupato com’è a consumare e lavorare per poter consumare, l’uomo affida se stesso a una sorta di pilota automatico, che lo fa muovere in modo prevedibile, sulla base di una fitta rete di idee fisse, credenze, preconcetti, in generale.
Già negli anni 40, la Scuola funzionalista americana aveva individuato un sistema con cui chi ha il potere può innestare i preconcetti.
In questo sistema, i mass media hanno la funzione di propagandare obiettivi sociali, innestando cioè nelle menti dell’audience preconcetti condivisi a livello sociale.
I tre cardini del sistema individuato dalla Scuola funzionalista sono:
il monopolio (non lasciare spazio sia fisico che economico a mass media fuori dal coro),
la canalizzazione (non permettere di esprimersi sui media a voci che portino idee diverse da quella dominante),
l’integrazione (sostenere, confermare il messaggio che passa sui media in ogni ambito di comunicazione, comprese le scuole, le università e le Accademie).

Ad un certo punto Lazarsfeld arriva a dire che l’audience, le persone, scarta come inutili le informazioni ottenute dai media che non confermano i propri preconcetti.
Dunque, la cosiddetta massa è anonima, ingenua e influenzabile oppure no?
Dipende. La Teoria degli effetti dimostra che gli individui di fronte ai media non sono tutti uguali e che non tutti i messaggi (consci) trasmessi dai media vengono accettati automaticamente. Secondo questa teoria, esistono diversi gruppi sociali, ognuno dei quali ha il proprio leader, che interpreta le informazioni e le passa, selezionandole, mediandole, al proprio gruppo.
La cosiddetta massa è dunque formata da una maggioranza passiva, che si appoggia sui contatti altrui e da una minoranza attiva, che trasmette contatti.
Il flusso della comunicazione avviene infatti su due livelli (Two Step Flow).
Sempre per la Teoria degli effetti i media rafforzano le opinioni che lo spettatore ha già dentro di sé, i preconcetti, appunto.
Fondamentali sono: la predisposizione a recepire informazioni, le regole del gruppo di appartenenza, la diffusione delle informazioni da persona a persona (il passaparola), le opinioni dei leader.

Negli anni 70, Festinger prova che gli individui tendono a non sottoporsi ad informazioni che possono invalidare uno schema già acquisito. Il che è come dire che normalmente ciò in cui non si crede o ciò che non si sa già, difficilmente potrà entrare a far parte del nostro bagaglio culturale.
Naturalmente, le persone attivano frameworks (schemi cognitivi preesistenti / preconcetti) per ricevere e interpretare i messaggi.
Prima di assimilare/accettare nuove informazioni, esse vengono sottoposte a una routine di controllo che prevede la selezione, la semplificazione e il riordino delle informazioni stesse.
Se apprendere è un processo dinamico, lo spirito di ricerca è proprio solo di individui eccezionali.

Il contenuto dei messaggi è sempre polisemico. Ogni messaggio cioè, veicola una molteplicità di significati e dunque, è suscettibile di interpretazioni multiple. Il significato di una notizia, ad esempio, è il risultato di una complessa relazione fra gli schemi comunicazionali utilizzati dai giornalisti e quelli utilizzati dal pubblico.
Occorre distinguere tra il significato così com’è presentato e il significato così com’è percepito.
Il significato del “ragazzo che porta un mazzo di rose” è infatti decodificato come “venditore di rose” fino ad un certo punto della sequenza, poi diventa ambiguo e infine questa sua polisemicità viene disambiguata dalla sequenza finale: la ragazza si alza e abbraccia il ragazzo con le rose. Questi diventa “il fidanzato”.
Esistono, dunque, una relazione orizzontale tra testo ed audience e una relazione verticale tra il processo di ricezione delle informazioni e il sistema socio-culturale di cui fanno parte audience e media.
L’attenzione dei ricercatori si sposta dagli effetti diretti dei media agli effetti indiretti e misurabili sul lungo periodo. E cioè: i cambiamenti degli atteggiamenti, i cambiamenti nella dimensione affettiva, i cambiamenti nel sistema di valutazione.

Secondo la Teoria dell’Information Processing (che studia come la gente usi ed interpreti i messaggi dei media) le conoscenze, le percezioni e gli schemi cognitivi preesistenti possono, ad esempio, influenzare i sentimenti e gli atteggiamenti nei confronti de partiti e dei leader politici. In altre parole, i preconcetti influenzerebbero la scelta di voto.
Da qui l’importanza data all’analisi della retorica politica e degli effetti performativi del linguaggio.
Secondo Elihu Katz il genere umano utilizza i media perchè questi soddisfano bisogni di diverso genere: cognitivi, estetici, di integrazione (sociale e personale), di evasione.
Denis McQuail identifica quattro tipi di bisogni principali che i media soddisferebbero. Innanzitutto i media distraggono, dando un sollievo emotivo per eludere problemi reali. Ma anche i problemi di controllo vengono risolti: i media ci informano (o crediamo che lo facciano) su quello che succede nel mondo e intorno a noi. I media risolvono problemi legati ai rapporti personali: fanno compagnia se si è soli, danno argomenti di conversazione se non lo si è (hai saputo?). I media risolvono i problemi di identità personale di fronte al mondo sociale (vedo come si deve essere e mi adeguo).
Tutti questi bisogni costituiscono variabili indipendenti per lo studio degli effetti dei media e determinano modelli differenti di consumo.

Diventa rilevante il contesto comunicativo.
La gratificazione di un bisogno può infatti derivare dal contenuto del messaggio, dal medium scelto per fruirlo, dalla specifica situazione comunicativa.
È la capacità di selezione ed interpretazione del soggetto a condizionare la possibilità che si verifichino effetti predeterminati.
Nel nostro caso, il film contro i preconcetti ci fa sentire più buoni se di preconcetti crediamo di non averne o almeno vorremmo non averne; ci rassicura nel caso in cui l’oggetto dei pregiudizi altrui siamo proprio noi, come fanno tutti i film con un finale che rovescia i presupposti iniziali in un lieto fine.
Ma soprattutto ci dà una dritta su come dovremmo comportarci con gli altri per “cambiare verso”: guardare oltre l’aspetto esteriore delle persone, dare una possibilità agli altri di stupirci, superare le strettoie mentali e comportamentali in cui ci ha costretto l’esperienza, che non sempre è la somma di fatti positivi.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 15 marzo 2015

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