Caro Prof. Umberto Eco

di Fernanda Moneta

Umberto EcoCaro Prof. Umberto Eco,
mi ha colpita sentire che hai voluto lasciarci a 84 anni, ma volevo dirti che è stato un piacere seguire le tue lezioni negli anni in cui tutti attaccavano il DAMS (con una campagna stampa che ogni anno arrivava a stilare statistiche su quanti di noi avessero trovato un lavoro), ed attaccavano te, personalmente, per gelosia, invidia, bullismo, togliendoti ad un certo punto anche l’onore di esserne il Direttore di quella Facoltà che senza te non sarebbe esistita e che comunque sarebbe stata vuota, di contenuti e di senso. I miei migliori amici li ho conosciuti tutti lì, ed anche se la vita ci ha portati su strade diverse, li sento accanto a me.

Mi ricordo bene le tue affollatissime lezioni, così affollate che eri costretto a inserirle nella pausa pranzo, nel vano tentativo di rispettare gli standard di sicurezza, dato che eravamo così tanti che sarebbe potuto crollare il pavimento. Mi ricordo il tuo sospetto nei confronti dei fan, che detestavi come categoria “carnivora” che non aveva nulla da dare a te, in quell’ambito, come docente e nulla a noi, come studenti, ma solo da togliere tempo, spazio e attenzione. 

Me lo ricordo bene quando un paio di “fessacchiotti” e un operatore su pattini a rotelle e telecamera analogica entrò di forza rubandoti un primo piano e una qualche parola: «Questo io non lo accetto. Questa è una violenza che mi state facendo. Per farvi capire, un mio intervento in tv viene pagato 500 mila lire. Voi mi avete rubato 500 mila lire».

Generoso, in quella occasione, da parte tua, cercare di insegnare, di educare, anche se preso dalla collera per non essere stato rispettato durante il tempo sacro e mai sufficiente della lezione. Cercavi di dire a quei tre, che il lavoro va pagato e che il loro ed il tuo era un lavoro. L’informazione vale, è un valore immateriale, ha un costo e va pagata.

Oggi tutti noi che ti stavamo di fronte in quel momento lo abbiamo capito: non è il supporto che conta, ma è l’informazione che vale. È quella che viene venduta e comprata. Non è il libro, il valore assoluto, ma il suo contenuto e oggi la presenza degli ebook ce lo dimostra. Certo, a meno che non si parli di manoscritti miniati medioevali o antichi rotoli del Mar Morto, allora le cose cambiano: anche la bibliofilia è un hobby che mi hai passato tu, involontariamente.

Insomma, l’informazione, il contenuto, è quello che noi facciamo. Il digitale, ci… supporta in questo momento. Ma le partite aperte sono tante. Me l’hai insegnato tu.

Sei stato un onest’uomo al punto che i tuoi pupilli non sono riusciti a passare le forche caudine dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, così come era stata progettata in Italia. Ma tu lo avevi già detto pubblicamente: quelle regole erano fuori dal tempo presente, anticontemporanee, perché ad esempio non davano alcun valore alle pubblicazioni online, quando il resto del Mondo glielo dà, e come! Perché, avevi detto che nel resto del Mondo sono le idee che contano, i contenuti originali e non importa se chi li pubblica è parente del Rettore. E avevi anche aggiunto che con queste regole avremmo costruito un’Università che è un enorme archivio, che in breve tempo sarebbe stato sostituito da un software.

Di te ricordo la saggezza di rispettare, dopo l’occupazione del DAMS Spettacolo alla fine degli anni ’70, pur predisponendo una giusta ristrutturazione dei locali, le opere realizzate da alcuni che poi sarebbero diventati rinomati artisti o criminali. Perfino l’enorme bestemmia che copriva la parete dietro lo schermo cinematografico mobile, realizzata a collage con pezzi di biglietti dell’autobus, i cosiddetti “menari” bolognesi.

Ricordo come hai fatto letteralmente fuggire alla Sorbona studenti che avresti voluto curare di più, per farli diventare tuoi omologhi in Iran, perché fossero all’altezza di insegnare la semiotica e tradurre in pharsi i tuoi libri. Fuggirono, parole loro, perché eri un «pazzo che pretendeva che studiassero troppi libri, così andiamo alla Sorbona, dove si studia meno».

Anni dopo la mia laurea, quando venni a ritirare la mia pergamena, ho visto una Facoltà massacrata dai damsterdamned, la zona Spettacolo ridotta a stare in una sede distaccata in un appartamento privato e il DAMS Comunicazione, coi i suoi studenti che indossavano i camici bianchi da dottore (inutili, se non come segni) che vagavano come zombie nei corridoi prima di infilarsi nella porticina alla Harry Potter che li portava ai laboratori informatici.

Di professori come te non ce ne sono quasi più. Tu lo avevi previsto: il sistema dei crediti CFU o CFA avrebbe distrutto il senso dello studio, e alla fine avrebbe trasformato l’Università in un mercimonio, con i delegati degli studenti che contrattano quante fotografie è possibile inserire nelle dispense, quante pagine vanno date da studiare perché l’esame “vale” 6 crediti. Sentivi anche tu i grandi professori del passato, i luminari, persino i ragazzi di via Panisperna, ribaltarsi nelle tombe? Non hai avuto abbastanza forza per opporti? Perché non hai detto no? O forse, conoscendoti, lo hai detto, ma la maggioranza ha votato contro di te?

Il nome della rosa: ero tra quei volontari che hanno corretto le noiosissime bozze, di uno dei romanzi più sopravvalutati della storia della letteratura internazionale. L’ho fatto per te, per ripagarti delle spettacolari e illuminanti lezioni che ci regalavi (a parte le tasse universitarie). Ma nel tempo credo di capire perché tu lo abbia scritto e te la passo, ti comprendo. Certo, se ti fossi fermato a quel romanzo…

La tua scrittura migliore la postavi su “Linus”, su “Repubblica” e sulle chat dove ti presentavi come«Umberto di 50 anni» e non ti si filava nessuna, per poi precisare che ti chiamavi Eco, di cognome, e allora eri costretto a smettere di chattare perché assillato dalle fan.

Eri tra quelli del Gruppo 63, ma non c’eri solo tu. Eppure i più ricordano quasi esclusivamente il tuo nome. Dovresti essere contento o no, di questo? Solo tu puoi saperlo, ormai.

Proponesti a quel consesso di andare in Svizzera a comprare i libri che in Italia non venivano pubblicati dalle solite Einaudi e Mondadori. E da studente dell’epoca posso testimoniare che di libri su cui studiare in italiano ce ne erano davvero pochini. Però, da qui a diventare postmoderno, usando le citazioni come la ricotta nei cannoli siciliani, ne passa. Forse è a causa tua che oggi i professori universitari non osano avere idee proprie ma non fanno altro che citare idee di altri, possibilmente americani o francesi, i più raffinati i tedeschi?

Hai ultimamente dichiarato che i professori universitari avevano fatto il grave errore di permettere agli assistenti di insegnare. Di certo il fenomeno è parte del discorso di una Università ridotta a mercimonio di crediti. Se la tua vita reiniziasse oggi, oggi che hai visto cosa c’è nel retropalco della vita, sono convinta che molte cose le faresti in modo diverso.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 21 febbraio 2016

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