Addio a Giacomo Verde: uomo del rinascimento digitale

di Fernanda Moneta

GiacPitturaSX

Giacome Verde, Galleria Gennai, Pisa 2011. Foto: Dania Gennai

 

Tutti lo conoscono, in ambito culturale e movimentistico, ma nessuno è in grado di affermare che lo conosce completamente. Ognuno ha presente un pezzo della sua esperienza, una parte delle sue interazioni. Anche il suo sito personale è uno spazio aperto (http://www.verdegiac.org).

Difficile, se non impossibile, riportare in un articolo i momenti di un percorso espressivo così eclettico, scevro da regole e codici. Un mordi e fuggi esistenziale che fa di Giacomo Verde l’incarnazione del contemporaneo, il nodo da cui innumerevoli vettori sono passati, da cui sono partiti e a cui hanno fatto ritorno. Giacomo Verde è una voce insistente della cultura italiana, una voce autonoma, libera.

A partire dalla metà degli anni Settanta, si è messo in gioco, tra musica, animazione e teatro di strada. Normalmente, si fa la fame, in Italia, con il teatro di strada. Sono davvero pochi quelli che riescono a vivere del mestiere e lui non è tra quelli. Troppo lontano, ieri come l’altro ieri, da qualsiasi campanile.

Negli anni Ottanta, sceglie un altro campo, quello della videoarte, in cui ancora non c’è collezionismo, in Italia non c’è un mercato, solo qualche sponda a latere di qualche festival, il Pecci e pochi altri spazi. In Italia, nasce come tecnologia povera, senza fondi pubblici, senza acquirenti, senza cataloghi: per questo è uno dei pochi ambiti dell’arte in cui o fai o non fai, o esisti o non esisti, o ci credi o non ci credi.

Persino i frequentatori delle cantine romane a quei tempi fanno finta di non sentire, di non vedere, di non essere lì. Gli artisti, le firme, tollerano i “video” solo se a produrli è la Rai, se si gira almeno in BVU. Gli stessi festival dedicati, spesso, non accettano audiovisivi che non siano almeno realizzati su supporto semiprofessionale. Questo, perché si confonde il significato con il significante e si dà a quest’ultimo una importanza esagerata. Sono le scorie del pensiero debole che inquinano il campo dell’arte, offuscando le menti di quelli che, artisti, abbandonano il fare per il pensare e così si deprivano. Al contrario, Giacomo Verde fa, agisce, sperimenta sul campo.

Durante la sua vita ha realizzato tecno-performance, installazioni, laboratori, tele-racconti, micro-teatro e ripresa in diretta, quando nessuno, qui da noi, oltre alla Rai sapeva come fare. È tra i primi artisti italiani a sperimentare interattività digitale e net art. È tra quelli che l’hanno fatta davvero, la net art, stando fuori dalle aule multimediali, pagandosi le attrezzature di tasca propria. E questo, quando ancora pochi sapevano cosa fosse la rete e quando si comunicava a stento anche da ateneo ad ateneo. Tutto ciò, non ai tempi della Pantera: prima. Giacomo Verde era lì e agiva.

Alla fine degli anni Novanta pubblica (diciamo così) una sua videorivista. Seconda nel tempo solo a Magnifica, omaggio alla mente universale, realizzata e presentata nel 1988 al Salso Film & Tv Festival dalla sottoscritta, assieme ai Peggiori sentimenti.

Arriva secondo, Giacomo Verde, ma arriva lì dove sembra impossibile arrivare: pubblica con un editore vero, quando gli editori veri sono sordi e muti. Stiamo parlando di Castelvecchi, che forse si è anche dimenticato di quei tre numeri in VHS che contenevano i corti immaginifici di Giacomo Verde.

Una sua grande idea, realizzata addirittura prima della nota sequenza tv del prosciutto che unge la lente dell’obiettivo firmata Gianfranco Funari, fu quella di “parlare” o meglio di “blablare” in camera, avvicinandosi fino a toccare l’obiettivo, quasi mangiarlo, deformandosi, nel bianco e nero che all’epoca era il segno dei grandi film d’autore e che con lui divertente autoparodia, dadaismo, cacciavite.

Oggi, testimoni di quello che accade in ambito artistico in India, in Cina e in giro per il mondo, dove si vendono a caro prezzo anche le videoinstallazioni, probabilmente chi ha vent’anni non ci crede, ma negli anni Ottanta fare net art in Italia voleva dire frequentarsi in tre, quattro persone. Persino la retrospettiva romana dedicata al padre della videoarte, Nam Jun Paik, andò male, anzi malissimo.

Poi, dopo, sono sbucati autori “a posteriori”, gente che l’avanguardia l’ha vissuta solo sulla carta, ma che quella carta se l’è saputa giocare bene. Giacomo Verde no, non ha mai voluto usare il proprio tempo per imparare le regole della burocrazia che conducono ad uno stipendio fisso e al titolo di Professore. In questo, era come un bambino.

Nel tempo, Giacomo Verde ha cercato di trasmettere alle giovani generazioni un po’ della sua esperienza, inventandosi laboratori o insegnando a contratto, intorno all’anno 2000, all’Accademia di Belle Arti di Carrara, in un luccicante, pionieristico, mal digerito triennio in Arti Multimediali.

Come va a finire?! Che il “multimediale” viene chiuso e Giacomo, lui come i tanti docenti a contratto coinvolti, si sono ritrovati a dover ricominciare. Forse Carrara è il primo ateneo italiano in cui si insegna la videoarte o meglio, per dirla con Giacomo Verde, si aprono gli argini della videoarte.

Non ha mai accettato di fare un concorso che non fosse per titoli, Giacomo Verde, rinunciando così ad ogni possibilità concreta, in Italia, in quegli anni, di diventare docente di ruolo. Ad oggi, 2 maggio 2020, il suo nome è ancora nella graduatoria nazionale per incarichi a tempo determinato nelle Accademie di Belle Arti: quella di Regia e quella di Tecniche performative per le arti visive.

Ora, io, in qualità di persona, regista e Professore, vorrei, mi piacerebbe, propongo, che Giacomo Verde diventi “Professore Emerito”, perché lui quel titolo lo avrebbe meritato.

Lo dico qui, adesso, in un momento di grande confusione e rinnovamento (anche) per tutto il mondo Accademico e dell’Arte. Andiamo verso un mondo nuovo, dicono tutti, ma senza Giacomo Verde.

Invitiamo i lettori, i colleghi e gli amici di Giacomo Verde a firmare la proposta nei COMMENTI sotto l’articolo pubblicato sulla rivista Art a part of cult(ure) per iniziare una raccolta firme da proporre al Ministero.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 06 maggio 2020

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