Omaggio a Gianfranco Funari, in tempi non sospetti

di Fernanda Moneta

Ginfranco Funari

 

La fetta di prosciutto di Parma avanza pericolosamente verso le case degli italiani. L’immagine di Funari, così vera da sembrare un ologramma, sorride a occhi spalancati mentre avvicina la forchetta alla telecamera.

Fedele al copione che si ripete ormai da quasi un mese, il prosciutto tocca l’obiettivo e fa calare un velo pallido di unto sul teleschermo di mezz’Italia.
Funari si volta di scatto e punta l’indice verso il coro. “Musica!” urla, e si gratta il naso.

“Let it be, let it be, oh let it be… – i tre più tre in abito da sera ci danno dentro a colpi di capelli e mani che alzano e abbassano come ali di angeli coi reumatismi – Ouuh, Ouuh, yea…” cantano in calando.

Sta vicino al pianoforte, il Funari coll’aria da frocio impunito, all’angolo dei discorsetti a cazzo.

“Facciamo du conti (fa il segno dei soldi con indice e pollice). Quanto costa alla gente ‘sto rapimento de Nanni Moretti? Tanto. E ar Moretti? Forse, forse je convene. Dico, nun lavorava più, no e poi no. Eccerto, stà tutto in crisi. Ora spunta ‘sta novità dell’144 e zum, fior de mijoni. Se uno me dà uno, ce tira sù un par de mijardi er regista indipendente. Un par de mijardi? Li cojoni! Niente riscatto!” dice Funari, anzi urla a modo suo, la voce afona.

Poi con entrambe le braccia sovrappone alle parole un superchiarificatorio “niente di niente”.

“Dice, se tratta der commando nazziskinn. Sai chette dico? Nun ce credo!” dice Funari alterato, come se gli avessero aperto la porta del bagno nel mezzo di una.

“Si vabbè, un par de figuracce” continua e si passa la lingua sui denti, protesi implantologica.

La faccia di Funari sembra dire “una più, una meno, co ‘sti film che fa che più che lamentasse nun fa”.

“Ma de securo je conviene, co’ ’sta miriade de nuovi autori meno stitici a firmà coi Perlusconi vari e ’sta crisi cronica der cinema italiano. Maestro, musica! Io non je dò una lira, fate voi!” conclude con un sorriso alla Sir Biss, il Funari.

“Supercafone eccolo qqua, movi la panza fatte guarda’…” cantano i tre più tre in abito da sera verde pisello sugli applausi tra finti e veri, e sembrano felici di quelle briciole di celebrità.

“Signor Funari… Mi sente? Mi sente? Signor Funari, sono Rosalba!” “Rosalba!. Oh, Rosalba… Nome interessante il suo… Signora o signorina?” dice Funari, e si gratta il naso. “Vedova” dice la voce di donna.

“Mi spiace… Ma lo sa Rosalba, che a Roma, sul monumento ai Bersaglieri ho letto il suo nome?”

“Davvero?”

“Proprio sotto la scritta “Tutto cede al Bersagliere. Anche…”! Pronto, pronto, non la sento più”

“Sono qui signor Funari, dica”

“Ma lo sa che ha una bella voce Rosalba, da dove chiama?”

“Da Pinerolo.”

“Pinerolo… un mio carissimo amico ci ha fatto il militare, a Pinerolo, belle ragazze e torte buone, conferma Rosalba?”

Negli applausi il sì va perso.

“Signor Funari, volevo farle i complimenti per la sua trasmissione che io la seguo sempre, sempre.”

“E fa bene, brava! Ma mi dica, qual é la sua opinione sul rapimento Noretti, Moretti, ce semo capiti: je conviene o non je conviene?”

“Sì, credo che ci convenga, anche se magari soffre, quel povero ragazzo lì”

“Ecche je devo dì, è una brava ragazza pure lei, Rosalba” “Signor Funari…”
“Che c’è Rosalba, che sta facendo, piagne?”

“Sono commossa, Signor Funari. Volevo dirle che se passa da Pinerolo mi farebbe tanto piacere averla a pranzo con me e la mia mamma, anche lei la guarda sempre, sa?”

“Lei è una brava cuoca?”

“Credo di sì”

“Cosa sta cucinando in questo momento?”

“Bè, veramente non saprei cosa risponderle, sono troppo emozionata di parlare con lei, Signor Funari, ecco, io…”

“Ma come non lo sa, Rosalba, Rosalba…”

“Pastasciutta con il sugo di porcini”, dice Rosalba, ma è evidente che sta mentendo.

Funari guarda nel teleschermo, con la faccia di chi sta per beccare in castagna qualcuno.

“E sopra, je gratta er parmiggiano or pecorino?”
“Non saprei, mi dà un piccolo aiuto?”
“Rosalba non mi faccia arrabbiare, che je mette sopra?” “…Il… pecorino?”

“E bonasera! Si vergogni, Rosalba. Er parmiggiano, sui porcini, ce va er parmiggiano. Peccato, avrei voluto farle un bel regalo, sarà per la prossima volta. Arrivederci Rosalba! Con voialtri ci rivediamo tra un po’, dopo un par de consigli per gli acquisti”.

“La porta della stanza 477 sta finalmente per aprirsi. Annalisa si butterà al suo collo e Pedro non potrà far altro che prenderla tra le sue braccia e stringerla teneramente.” dice una ragazza che indossa la sesta.

“Oppure… cambia la storia!” dice un ragazzone abbronzato.

“Hai ancora tre ore per dirci il tuo parere. Noi siamo qui per eseguire ogni tuo desiderio!” dice la ragazza sesta misura.

“Ogni tuo desiderio é un ordine!” dice l’abbronzato.

“Siamo in onda?” dice Funari con la bocca piena, le mani piene di pasticcini tenuti in bilico tra dito e dito, in un’acrobazia degna del circo tradizionale cinese.

Il labbro superiore è appena sporco di quello che potrebbe essere zucchero al velo.

“Oh, qui lo dico e qui lo nego – dice Funari, completamente strippato – se ’sto apri e chiudi di ’sta porta è ’n’artra bbuca come la settimana scorsa, vado dar capo e je dico di cancellà ’sta stronzanta – applausi – dell’interattivo. Che tanto a noi de poté sceglie de qua o de là, nun ce ne pò fregà de meno. – applausi – Come a teatro. Ma ve lo ricordate che era negli anni settanta il teatro. Te sedevi, no? Eri felice, cor vestito bono, che era un giorno de festa, no? Avevi pagato pure venti, trenta testoni, no? Oh, nun t’arrivava l’attore da dietro che te prendeva a botte? Dice “te devo coinvolge”. Ma de che aò, coinvolgi tu sorella. Ho pagato il biglietto? Sì. E allora voglio stà seduto a guardà. A te, t’hanno pagato pe’ fà l’attore? E allora recita, fa il lavoro tuo e nun ce sta a rompe er cazzo. – applausi – Dico bbene o nun dico bbene?”

© 2001 Fernanda Moneta.
All rights reserved.
Vietata la riproduzione parziale o totale senza il permesso scritto dell’avente diritto.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 22 luglio 2008

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