Aspettando le celebrazioni del centenario del futurismo: il venditore di fumo

di Fernanda Moneta

“Io, vedete, sono un disoccupato furbo”, fa dire Gian Gaspare Napolitano ad un personaggio della sua commedia in quattro quadri Il venditore di fumo messa in scena la prima volta nel 1929 presso il Teatro degli Indipendenti di Roma e da poco in libreria (o in rete) a cura delle Edizioni Sabinae.

Anche il libretto è “furbo”, con la quarta di copertina illustrata da uno schizzo di Carlo Ludovico Bragaglia che nel 1930 ci restituisce il boccascena del Teatro degli Indipendenti, a quei tempi fucina di sperimentazione.
L’introduzione al testo teatrale è invece la ristampa di un articolo di Napolitano uscito su Settimo Giorno nel 1960.
Concludono la compilazione alcune foto d’epoca, una delle quali (a pag.14) ha più valore affettivo che documentario, data la scarsa qualità, che forse, operando meglio in photoshop si sarebbe potuta migliorare,
Il testo è inframmezzato da alcune interessanti incisioni di Carboni, tutte del 1929.
Conclude il tutto altro materiale iconografico: locandine, ritratti di Napolitano realizzati a carboncino (uno) e a china (gli altri), a firma di autori vari (Anselmo Bucci, Bernardo Leporini, F. Ciarletta).

Una volta Claudio Meldolesi, uno degli storici del Teatro Italiano più lucidi e scomodi (vedi l’illuminante Fondamenti del tratro italiano. La generazione dei registi, edito da Sansoni nel 1984 e subito dimenticato dal mercato editoriale), mi disse che il teatro non può essere rappresentato se non dal teatro stesso. Per questo, non c’era da preoccuparsi troppo di registrare l’evento con fotografie e video: tanto il teatro è induplicabile.
Provai un senso di vuoto perché appartenevo alla generazione televisiva. Erano gli anni 80 e i libri sul teatro in lingua italiana erano pochi e senza illustrazioni, fatta eccezione per l’Enciclopedia dello Spettacolo edita dalla Siae.
I testi inerenti il teatro futurista o in genere italiano degli anni 30 e 40, erano ancora meno. Vigeva una sorta di superfiltro censorio, non proprio palese, ma reale, che impediva di parlare in termini anche solo scientifici della cultura di quel periodo. Lo stesso Carmelo Bene si era picchiato in un bar d’Ivrea per difendere il suo diritto a portare in scena poeti futuristi non-sovietici. Ancora nel 1987, lo spettacolo di atti unici teatrali futuristi messo in scena dalla Koinè di Carpi non richiamò grandi folle, che invece seguivano la stessa compagnia quando metteva in scena testi ispirati a Ubu.
Erano altri tempi: all’epoca avrei amato un libro come questo. Oggi, nonostante l’overdose di informazioni sulle misure del seno di partecipanti al Grande Fratello, la generazione di internet, probabilmente sarà sorpresa di scoprire che oltre Filippo T. Marinetti, in Italia, c’erano altri che facevano sperimentazione in ambito teatrale.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 27 gennaio 2009

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