Katyn di Andrzej Wajda: compresso dall’ideologia, l’essere umano

di Fernanda Moneta

Katyn

In sala dal 6 febbraio: Katyn, il film del regista polacco Andrzej Wajda. Avremmo bisogno di un film del genere anche noi italiani, rispetto alle Foibe. Come un’onda di piena che rompe gli argini e sfoga una sofferenza che finalmente trova pace, il film Kayn di Andrzej Wajda, classe 1927, racconta una delle pagine più scomode della storia europea. Durante la Seconda Guerra Mondiale, ci fu un momento in cui i tedeschi di Hitler e i sovietici di Stalin si contesero l’Europa come una coperta stretta in una notte d’inverno. Tra l’altro, siglarono un patto di non aggressione reciproca, che stabiliva anche la spartizione della Polonia, che fino ad allora era stata uno stato indipendente e sovrano.

Il 17 settembre 1939, il territorio polacco venne invaso da ovest dalle truppe di Hitler e da est dall’Armata Rossa di Stalin.
18.000 ufficiali dell’esercito, 230.000 soldati e 12.000 ufficiali di polizia polacchi, si arresero e vennero arrestati. Tutti i graduati, ufficiali e sott’ufficiali, furono deportati nei campi di concentramento di Kozelsk, Staroblesk e Ostashkov. La Convenzione di Ginevra (non firmata dall’Urss) sul trattamento dei prigionieri di guerra, vietava a tutte le nazioni di trasferire i propri prigionieri di guerra ad altre nazioni. Dividersi prigionieri così come venne fatto, orizzontalmente, a seconda del fatto che fossero o meno graduati, non sarebbe stato permesso. Ma tant’è. Nella primavera del 1940, su espresso ordine di Stalin, l’NKVD, la polizia politica, uccise con un colpo alla nuca 15.000 tra ufficiali e sott’ufficiali e li seppellì in fosse comuni nella foresta vicino a Katyn. Quando l’alleanza tra tedeschi e sovietici si ruppe, e nella primavera del 1943 i tedeschi invasero l’Urss, resero noto che a Katyn erano sepolte le vittime del campo di Kozelsk. Così come gli americani filmarono la liberazione dei lagher, i tedeschi documentarono con un film la scoperta (?) delle fosse comuni. Utilizzando le stesse immagini, ma con un’altro commento, una volta finita la Seconda Guerra Mondiale, i russi scaricano sugli stessi tedeschi la colpa del massacro. Addirittura, i sovietici impiccarono pubblicamente a Leningrado parecchi ufficiali tedeschi, consegnati loro dagli inglesi di Churchill (anche questo non sarebbe stato permesso dalla Convenzione di Ginevra), perché colpevoli… dell’eccidio di Katyn.

La tesi della responsabilità tedesca sull’eccidio fu avvalorata sia dall’Unione Sovietica che dal regime filosovietico istituito in Polonia dopo la guerra. Ma anche i governi americano e inglese, dopo il 1943, hanno le loro responsabilità.

Solo nel 1990, per la prima volta, i russi hanno ammesso la propria responsabilità rendendo pubblici i documenti in loro possesso.
Nel 2007, esce in Italia Katyn e l’eccidio sovietico del 1940. Verità, giustizia e memoria”, di George Sanford, il primo studio che utilizza tale archivio, in cui si spiega come l’NKVD cercò prima di portare dalla propria parte i polacchi prigionieri e che uccise tutti quelli che si rifiutarono di passare al soviet. Il libro fornisce anche un dettagliato resoconto di come avvenne il trasporto e l’esecuzione delle vittime.
In tutto ciò, a morire furono anche i diritti umani, tra cui inserirei il diritto a ragionare con la propria testa.

Il dopoguerra e poi la guerra fredda sono stati come palinsesti, in cui verità venivano sovrapposte ad altre verità, come una cipolla, in cui, strato dopo strato, si crede di arrivare a un nucleo fermo, ma questo nucleo non c’è.

Inutile nascondere che il film di Wajda non può non stare stretto a destra, sinistra, centro, alto e basso. Proprio per questo, ritengo che vada visto. Sotto gli occhi di tutti, l’abitudine di tacere, di far finta di non sapere, l’autoconvincersi che quello che si pensa è quello che ci è stato detto di pensare o, peggio, che si ritiene che altri vogliano che noi pensiamo. Un sistema che non ha prodotto e non produce cose splendide.

Esistono diverse forme di manipolazione, singole o collettive, che passano attraverso la paura, il ricatto, l’avidità, la lussuria, il senso di colpa… La forma più sottile e criminale di manipolazione della mente è il fatto di convincere una vittima a sacrificare anche la propria memoria sociale. IO carnefice, non solo ti condanno sapendo che sei innocente, ma di più, ti dico che so che tu sei innocente, che anzi sei un patriota, ma proprio per questo, per il bene comune, ti chiedo di firmare la tua confessione di colpevolezza e accettare la tua condanna a morte come nemico dello stato. Personalmente, non credo che la felicità collettiva possa essere costruita sulla sofferenza inferta volontariamente ai singoli individui.

In questo senso, un film come ”Katyn” è una terapia.
“Se i giovani non sono ingannati – diceva Wajda già nel 1966, in un’intervista a Positif, riportata da Paolo D’Agostini nel ”Castoro” dedicato al regista polacco – diventano eroici solo quando la vita lo esige veramente, quando c’è veramente la necessità di lottare.”
A Katyn, Wajda ha perso il padre, eppure la sua opera riesce a volare oltre il dato biografico e, nonostante tutto, oltre il dato storico. Questo film è un’opera destinata a dimostrare come l’ideologia possa usare la comunicazione e i mass media, piegandoli ai propri scopi. Basta un taglio, un’inquadratura, un montaggio o addirittura un commento, e ciò che la sinistra dimostra è diametralmente opposto a quello che la destra dimostra. Nel cinema, nella tv, ma non solo: la verità sta negli occhi di chi la vuol vedere. Ogni cronaca, per quanto precisa, è sempre un’interpretazione. I teorici del pensiero debole lo teorizzano dagli anni 50, ma, caduti anche loro nella schiacciasassi dell’ideologia, sono stati a loro volta reinterpretati, deformati. Ultimamente, lo stesso Vaticano ha parlato contro il relativismo e il pensiero debole, ma questa è un’altra storia. In tv, in Italia, abbiamo trasmissioni come Blog e Striscia la notizia, che danno un colpo al cerchio e uno alla botte. In altro ambito, c’è la fantascienza, che con varia letteratura e cinema, ha affrontato la questione: tra i film, “Atto di Forza (Total Recall)” di Paul Verhoeven, è il primo esempio che mi viene in mente, tra i libri, ”1984′′ di George Orwell. Ultimamente, Gabriel Range, ha diretto “Death of a President”: un finto documentario sull’omicidio inventato di Bush, realizzato mischiando e rimontando documenti tv veri e finti. Lo distribuiscono in dvd Feltrinelli con Lucky Red.
Il film di Wajda ha in più il fatto di giustapporre nello stesso ambito, i veri documentari realizzati dai tedeschi e dai sovietici sullo stesso tragico avvenimento, mostrandoli allo stesso pubblico, catturato da una narrazione che coinvolge profondamente. Chi vede, prova una forte emozione fin dalle prime note della colonna sonora, quando lo schermo propone semplici nuvole su cui scorrono i titoli di testa. Il film accompagna nel viaggio interiore fino alla catarsi finale, che si esplicita in un minuto di silenzio: il quadro è nero.

Mi chiedo cosa penserebbe Bertold Brecht sapendo che il suo “effetto straniamento” (escamotage drammatico con cui si vuole far ragionare il pubblico, staccandolo emotivamente da ciò che guarda), è stato utilizzato per mettere in difficoltà l’ideologia che lui stesso, figlio dei tempi, ha abbracciato.

In rete, oltre al trailer ufficiale (http://www.mymovies.it/trailer/?id=55192) si trova, tra l’altro, la splendida sequenza girata nel campo di prigionia ricostruito (http://www.youtube.com/watch?v=kgq_mMkkz7o) in modo perfetto dalla scenografa Magdalena Dipont. Non posso non dire che lasciano a bocca aperta, per l’uso del vintage e la cura dei particolari anche minimi, le scenografie e i costumi: questi ultimi realizzati da Magdalena Biedrzycka, che ha vinto per questo film il Prix d’Excellence agli European Film Awards del 2008. Quei maglioncini li dovrebbe vedere anche Spike Lee (cfr. http://www.artapartofculture.net/2008/10/18/miracolo-italiano-di-spike-lee-di-fernanda-moneta/). Perfette le location. Certo, ha aiutato il fatto che l’Europa dell’Est sia stata come congelata fino alla caduta del muro di Berlino.

Per chi avesse voglia di leggere ancora, mi permetto di consigliare:

  • Massimo Piattelli Palmarini, “L’arte di persuadere”, Mondadori
  • Bernard Raquin, “Mai più manipolati”, Edizioni il Punto d’incontro
  • Paolo D’Agostni, “Andrzej Wajda”, Il Castoro Cinema
  • George Sanford, “Katyn e l’eccidio sovietico del 1940. Verità, giustizia e memoria”
  • Utet Victor Zaslavsky, “Pulizia di classe. Il massacro di Katyn”, Il Mulino
  • J.K. Zawodny, “Morte nella foresta. La vera storia del massacro di Katyn”, Mursia

Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 14 febbraio 2009

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