20 anni senza muro di Berlino: la mia testimonianza

di Fernanda Moneta

Muro di Berlino

Quel giorno io c’ero. Berlino Ovest era una città modernissima. I chioschetti dei fast food vendevano per poco enormi piatti di patate fritte. Mi sorprese e intristì vedere un punk toglierne uno di mano a un poveraccio che stava mangiando all’aperto (c’erano -10 gradi).

Ero a Berlino per via del Festival cinematografico. Ricordo che alcune ragazze-immagine vestite di bianco con minigonne e cappelli texani regalavano pacchetti di Malboro. Qualche giornalista ricominciò a fumare. Non mi sono accalcata come gli altri perché ho paura della folla.

In poche ore la gente vendeva pezzi di muro come souvenir.

Avevo chiesto a una mia amica tedesca, una scenografa, solo due mesi prima perché mai i berlinesi non lo buttassero a terra con una ruspa. A che serviva il muro di Berlino? Alla mia generazione, sono nata dopo al sua costruzione, davvero i conti non sono tornati mai.

Mi aveva risposto, convinta come un tifoso dell’Inter: “serve a tenere di là i comunisti!”

Con alcuni giornalisti abbiamo organizzato una gita in bus oltre l’ex confine, giorni dopo. Non siamo scesi per paura. La gente ci sputava addosso, inveiva contro di noi. Oggi, non se lo ricorda nessuno, a quanto pare.

Muro-BerlinoVi regalo la foto di un “diploma” che ho potuto comprare in quei giorni, a Berlino, che certifica un pezzo di muro. Mi sono sempre chiesta come facesse a trovarsi già in vendita: ma quando lo avevano pensato? Da quanto tempo lo sapevano, le autorità, che il muro sarebbe stato abbattuto? Mistero.

Non dimenticherò mai due cose: della Berlino Est, i negozi che sembravano quelli con cui giocavamo negli anni 60, senza pubblicità, le etichette tutte monocromatiche con scritte semplici; della Berlino Ovest, la corsa dei mercatoneristi all’acquisto di acqua minerale, videoregistratori, carta igienica e coca cola.

Scrissi un racconto satirico dal titolo Superpeppe contro la Prerestrojka, in cui uno stalinista emiliano si trasformava, per lo shock della caduta del muro, in Superpeppe (da Giuseppe Stalin) e ricostruiva di notte il muro di Berlino, ogni volta.

L’ho proposto a vari, tra cui Vauro, ad esempio, che avrei voluto lo “fumettasse“. Mi hanno detto di no, che pur se molto divertente “nun se po’ ffa”. Ma perché “nun se poteva ffa”“nin zo”, ancora oggi.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 12 novembre 2009

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