L’illusionista. Una perla al cinema

di Fernanda Moneta

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Il gossip ci consegna un’idea di attore, cantante, soubrette etc. per cui le luci della ribalta non finiscono mai e gli applausi sono eterni. Nella realtà, si tratta di mestieri darwiniani in cui il più forte (non necessariamente il più talentuoso) vince tutto e colui che perde, non esiste. Senza il successo, quella dell’animale da palcoscenico è una vita melanconica, sradicata, trascorsa molto spesso in solitudine anche dell’anima.

Un tempo si diceva che nessuno, potendo scegliere, si sarebbe incamminato su una strada così sdrucciolevole, avrebbe affrontato la violenza di un mondo che accetta l’artista di teatro come parte di sè solo se tramite sentimenti come l’invidia, il desiderio di controllo e la cupidigia. Banalmente però, si diceva, l’artista non può scegliere di essere tale: esiste e basta. Oggi le cose sono cambiate. In una umanità di comunicatori perfetti che non hanno alcuna esperienza o sentimento autentico da comunicare, stare sul palcoscenico è una meta ambita, per arrivare alla quale la strada è breve e frequentatissima.

locandinaMa tant’è, negli anni 60 tutto ciò era un fatto di cui si intuiva l’avvento, con il rock e il pop che cominciavano a riempire gli stadi, ma di cui non si poteva prevedere appieno la portata. L’illusionista (2007) è un film d’animazione tratto dall’omonima sceneggiatura mai prodotta, firmata circa mezzo secolo fa, tra il 1956 e il 1959, dall’icona del cinema francese Jacques Tati (1907 – 1982) meglio noto con il nome del suo personaggio Monsieur Hulot. Il film è realizzato per coerenza da Sylvain Chomet – già autore di Appuntamento a Belleville –  in animazione 2D classica. In altre parole, si tratta di un film che, a parte qualche particolare qui e lì, è fatto a mano, fotogramma per fotogramma. L’illusionista parla della fine di un’epoca attraverso la lotta per la sopravvivenza tra animali da palcoscenico – prestidigitatori, clown, acrobati e altro vaudeville contro rockettari –, alla fine degli anni ‘50.

Una buona parte della storia si svolge necessariamente, trattandosi della vita di un artista girovago, tra stazioni e binari. Il resto, tra alberghi di terz’ordine e palcoscenici fatiscenti. Unico cambiamento dall’ambientazione originaria è stato il fatto di sostituire Praga con Edimburgo. Un prestigiatore dalla carriera in declino passa da un teatro all’altro, da una città all’altra. Ha un agente che lo deruba dei guadagni, un coniglio ammaestrato “carnivoro” che lo morde e, sala dopo sala, sempre meno spettatori. Sul finire del declino, in Scozia, in una taverna che ospita il suo spettacolo, l’illusionista incontra Alice, un’adolescente senza famiglia, poverissima e dalla mente poetica e pura. Per lei, le piume di gallina portate via dal vento sono neve, gli oggetti del desiderio e il danaro possono essere creati dalle mani del mago. Affascinata, Alice prende una decisione che cambia per sempre le vite di entrambi: lascia quel poco che ha e lo segue nel suo girovagare. Sono un padre ed una figlia. Nell’albergo per artisti girovaghi di scarso successo, Alice dispensa amicizia pura, solidarietà umana e semplice compagnia a molti inquilini, oltre che al mago.

La sua minestra riscalda il cuore prima che riempire lo stomaco e salva dalla solitudine. In cambio, per renderla felice, materializzando regali su regali, l’illusionista si adatta a fare un secondo lavoro: guardiano notturno di automobili in un garage. Ma anche in questi panni, il datore di lavoro lo deruba dei guadagni e lo tratta a pesci in faccia, cacciandolo via. L’illusionista prenderà la decisione estrema: mettere la propria arte al servizio della pubblicità: vendere la propria arte per guadagnare soldi con cui poter comprare oggetti di lusso ad una bambina, che grazie ad essi diventa donna e, crescendo, si allontana da lui sempre di più, fino ad innamorarsi un uomo qualsiasi. Timbrare il cartellino in un’agenzia pubblicitaria e realizzare i propri trucchi nella vetrina di un grande magazzino, materializzando reggiseni, calze e altri oggetti di consumo, gli distrugge l’anima. Così, l’illusionista preferisce scomparire, lasciando sul biglietto d’addio per Alice la frase: “gli illusionisti non esistono”. Il mondo è senza rimpianti e la vita di tutti i giorni continua.

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Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 30 settembre 2010

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