L’era della disinformazione videoludica

di Fernanda Moneta

Videogame

Ormai la disinformazione è diventato il metodo di passaggio di comunicazione in tv (ma anche in altri ambiti culturali), recepito come normale, ma che in effetti normale non è.

Giovedì 3 marzo 2011, all’interno della trasmissione televisiva “Pomeriggio 5”, in onda su Canale 5, Don Aldo Buonaiuto, ospite del programma, nel commentare gli scioccanti delitti di giovanissime ragazze che di recente hanno conquistato le prime pagine, ha formulato una teoria: “È una vergogna”, ha detto Don Buonaiuto, “che i nostri bambini giochino con dei videogiochi nei quali vince chi uccide e massacra di più. Dobbiamo smetterla con questa cultura di morte”.

Queste parole, testualmente riportate e che potete riascoltare attraverso il sito ufficiale della Rete a questo indirizzo internet: http://www.video.mediaset.it/video/pomeriggio_5/full/212920/martedi-1-marzo.html#tf-s1-c1-o1-p1 (al minuto 51), sono estremamente pericolose, poiché rischiano di creare un clima di demonizzazione attorno al Videogioco, un medium già troppo spesso attaccato senza alcuna valida ragione.

Su questo argomento, l’AIOMI, l’Associazione Italiana Opere Multimediali Interattive – Movimento per la Cultura del Videogioco, sottolinea come la dichiarazione ascoltata all’interno di Pomeriggio 5 sia superficiale, infondata e gravemente lesiva della dignità del Videogioco, mezzo di espressione artistica dell’uomo al pari di altri con una storia più lunga quali la letteratura, la musica, il teatro o il cinema.

“Dispiace constatare come ancora si possano affermare certe tesi discriminatorie, demagogiche e allarmiste contro il Videogioco”, dichiara Marco Accordi Rickards, Presidente di AIOMI. “Quanto sostenuto da Don Aldo Buonaiuto denota profonda ignoranza in ambito videoludico; chiunque conosca realmente il Videogioco (e per fortuna parliamo della stragrande maggioranza degli italiani) sa benissimo che quest’ultimo non solo è innocuo, ma stimola l’apprendimento, la coordinazione motoria e l’attitudine alla risoluzione dei problemi. Non è un caso se il Videogioco è da anni utilizzato anche a fini didattici e pedagogici nonché studiato e insegnato nelle più prestigiose università del mondo. È il caso di dirlo una volta per tutte senza se e senza ma: tra gli episodi di cronaca nera e i videogiochi non esiste alcun collegamento, né è mai esistito ed è molto grave che, nel terzo millennio, si possa dichiarare in televisione qualcosa di così retrogrado, errato e dannoso ma soprattutto senza alcun contraddittorio”.

Secondo alcuni, il disturbo che possono dare alcuni videogiochi di certo non è quello di aumentare la collericità e la violenza del giocatore, ma anzi, giocare è come una “droga” che seda certe necessità di dopamina. Giocare può diventare per soggetti predisposti (alcuni su milioni), una vera e propria dipendenza. Lo stesso si può dire però anche del vino: non credo che usarlo in modiche quantità renda necessariamente alcolisti.

Inoltre va sfatato il luogo comune che i videogiochi siano giocabili solo in velocità, muovendo appendici o interagendo con il movimento del corpo sempre e solo in modo stressante.

I videogiochi sono di diversi tipi, La maggior parte dei quali non ha nulla a che fare con violenza, morte e pestaggi.

A me personalmente piace molto il Ma Jong, sono un tipo old style, perchè mi distende. Ho tanti amici, tra cui l’attore Babak Karini (da poco vincitore dell’Orgo d’argento come miglior attore a Berlino) che non saprebbero come passare una serata senza una partita a scacchi tra sè e la macchina. Ne ha avuti diversi modelli, oggi credo che giochi alla consolle.

Ci sono giochi d’arte e ci sono anche tanti giochi basati sulla strategia (anche Nintendo ne vende diversi), sull’intelligenza matematica, logica, etc.

Limitarsi a “savonarolarizzare” contro i picchiaduro è segno che chi fa così ai videogiochi non gioca mai oppure… perde sempre. Scherzo. è nota l’idiosincrasia del mondo dell’arte verso il videogioco, settore spesso demonizzato. Eppure, i giovani avrebbero diritto non solo di sapere che giocare non fa male (a meno che non si tratti di un approccio patologico al gioco), ma che sviluppa tante capacità che normalmente non si svilupperebbero. I giovani avrebbero anche diritto di trovare luoghi con il marchio qualità dello Stato in cui si insegni a creare videogiochi sempre migliori. Se è vero che il 95% degli incassi della cultura italiana (cinema e musica inclusi) viene dai videogiochi, non comprendo perché le videoistallazioni non potrebbero lasciar vivere anche Accademie e Istituti d’Arte dove si insegna a creare game di buona qualità anche culturale.

Da parte sua, AIOMI “spera che contro questo ennesimo episodio di grave disinformazione e attacco a un mezzo di espressione che è peraltro al centro di una florida industria che in Italia fattura oltre 1,2 miliardi di euro annui (dati GFK/AESVI) si mobilitino la stampa e l’opinione pubblica e che Canale 5 voglia concedere ai videogiocatori, che in Italia sono milioni, il diritto di replica, invitando AIOMI in trasmissione per un pubblico confronto sul tema.”


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 09 marzo 2011

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