In volo dal trailer di Shutter Island, il film di Martin Scorsese ancora in lavorazione. Il cinema, l’informazione, il lavoro implicito e la “prova costume” della cultura

di Fernanda Moneta

Shuter Island

Mettendo il naso fuori dal nido, c’è come la sensazione che i creatori di contenuti, artisti, uomini e donne della cultura, stiano trattenendo il respiro, in attesa del momento giusto per esternare opere, a fronte di tante repliche e tappabuchi. Una ragione per farsi scivolare addosso questa sensazione non bella che dà il sospetto di aver già letto e visto ciò che valeva la pena d’esser letto e visto, è sapere che il 2 ottobre uscirà in America l’ultimo film di Martin Scorsese, Shutter Island, thriller psicologico girato in zona Boston, già set di film tratti da romanzi di Dennis Lehane, ad esempio Mistych River di Clint Eastwood.

La storia, un adattamento di Laeta Kalogridi è tratta da L’isola della paura, pubblicato in Italia nel 2005, da Piemme.

Isola di Shutter, al largo di Boston. Nel settembre del 1954, due agenti federali Teddy (nel film è interpretato da Leonardo Di Caprio) e Chuck (Mark Ruffalo) sono coinvolti nelle indagini per ritrovare la “paziente 67′′ dell’Ashecliffe Hospital, istituto per la detenzione e cura di criminali psicopatici, in cui si praticano tecniche avanzate per la cura della psiche umana. La detenuta scomparsa è un’omicida (Emily Mortimer). Un uragano si abbatte sull’isola, impedendo qualsiasi collegamento con il resto del mondo. Ma niente è quello che sembra e per scoprire la verità i due agenti saranno costretti a diffidare di chiunque, anche di sé stessi.

martin-scorsese-e-leonardo-dicaprio-sul-set-di-shutter-island-146800Sulla rete, il libro divide i lettori tra chi ne canta lodi e chi si chiede se sia stato scritto da qualcun altro. Chissà se la stessa sorte toccherà al film, che è definito, come per mettere le mani avanti, “la prima volta in thriller di Martin Scorsese”.

Da giovedì 11 giugno, in rete si trova il trailer ufficiale del film, in HD, naturalmente non doppiato. L’evento è stato osannato dai blogger e ignorato dai Tg ufficiali, almeno fino ad ora. Per inciso, molte notizie che in rete sono reputate rilevanti, in tv passano lisce sotto i ponti dell’oblio, nonostante canali tematici come Rainews24. Chi sa della condanna a 12 anni di lavori forzati in Corea del Nord alle giornaliste televisive americane Euna Lee e Laura Ling? Chi sa che nel disegno di legge 733, per un emendamento del senatore Gianpiero D’Alia (Udc), è stato introdotto l’articolo 50-bis sulla “repressione di attività di apologia o istigazione a delinquere compiuta a mezzo internet”? Non si tratta di essere d’accordo o no, ma di poter conoscere le cose. Magari per poter applaudire.

Guardo il trailer di Shutter Island su Filmzone. Nero su nebbia, un pesante cancello in ferro si apre cigolando. Atmosfere gotiche, mura di pietra compatte e inquietanti. Voce fuori campo.

Secondo il diario del set firmato dalla regista argentina Celine Murga, in questo film Martin Scorsese sfida le convenzioni del genere, attraverso slittamenti sematici applicati alla grammatica cinematografica. Un’anticipazione, ad esempio, è che le sequenze “reali” ed “oniriche” sono girate nello stesso modo, senza l’utilizzo cioè di quegli escamotage (fotografia diversa, effetti speciali, mascherini e quant’altro) utilizzati di solito per far capire allo spettatore quando si tratta di “sogno” e quando di “realtà”. L’intenzione di Scorsese sarebbe quella di creare ambiguità nella mente dello spettatore. Vedremo. Nel cinema conta solo il risultato. Però, è bello sapere che qualcuno che opera con un grosso budget (il regista, certo, ma anche Columbia Pictures, Paramount Pictures coproduttori con la Phoenix Pictures di Scorsese e la Appian Way di Di Caprio) abbia il coraggio di sperimentare (ancora) sulla sintassi filmica. Evviva.

È questo atteggiamento da pioniere, da uomo di frontiera, che ha caratterizzato da sempre Martin Scorsese. Nonostante Frank Capra, a suoi tempi non era semplice per un ragazzo di Brooklyn pensare alla regia cinematografica. Ci voleva coraggio e una porta aperta. Per Scorsese, questa porta si chiama New York University.

Scorsese è una gran bella persona. Mi ricordo quando, nel 1992, Filmcritica gli assegnò il premio Maestri del Cinema, con relative retrospettiva e monografia dedicata. Dopo la cerimonia al Campidoglio, andammo tutti a pranzo, noi della redazione della rivista fondata (anche) da Roberto Rossellini e Scorsese, che del regista italiano aveva sposato la figlia Isabella. Il mondo è piccolo.

MolinaCasualmente, mi fu assegnato il posto a tavola di fronte a lui: l’autore di buona parte dei miei film preferiti, il regista che ha “scoperto” De Niro, in assoluto il mio attore preferito. Stomaco chiuso per l’emozione. Lui se ne accorge e mi rivolge la parola. Ride alle mie battute e sdrammatizza le (per me) inevitabili gaf alla Paperoga. Alla fine del pranzo, gli chiedo un autografo sul libro. Lui risponde di no, che il libro l’ho (anche) scritto io, che sono io a dover firmare la sua copia. Mi stringe la mano. Un uomo senza conti in sospeso col mondo, che vive il presente, che rispetta la vita e trasmette serenità. Incoraggiante. So che, incontrandolo da giovanissimo, Spike Lee ha avuto la stessa impressione. Da poco, ho avuto modo vedere un olio dedicatogli da Edelweiss Molina, docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma (vedi foto). Oggi, quel quadro sta a casa Scorsese, “grazie ad una serie di circostanze – dice Molina –: il set a Cinecittà per il tanto atteso film Gangs of New York con Di Caprio e la Diaz, alcuni amici che lavoravano con lui mi hanno permesso di informarlo di quel che stavo facendo”. In cambio, Scorsese le ha scritto una lettera, per ringraziarla del dono, in cui dice “I was very touched by your tribute to my work. (Sono stato davvero colpito dal suo tributo al mio lavoro)”.

Oltre ad aver frequentato la New York University, Scorsese, e vi ha anche insegnato. Crede fortemente nell’importanza della cultura teorica per chi fa il mestiere del cinema (oggi si potrebbe dire dell’audiovisivo).

“Se fai cinema, non ha importanza dove si studia. – aveva dichiarato Scorsese alla rivista Cahiers du cinema nel 1984 (n.326-327, pp. 108-110). – La differenza sta nell’andare a scuola o no. Se studi all’università hai un bagaglio più teorico. Ciò ti dirà quali sono i buoni o i cattivi film. Se invece apprendi negli studios, sul set, conoscerai un unico modo per fare cinema. La cultura universitaria permette di scegliere il metodo più congeniale alla propria personalità artistica.” È una dichiarazione d’amore per la cultura, la conoscenza, la ricerca: unici mezzi che consentono di esser liberi di scegliere.

Se un regista debba essere laureato, o piuttosto un “animale da set”, è un argomento su cui ancora oggi si discute, senza venirne a capo. Con il passaggio al digitale, le stesse Università e Accademie stanno subendo il fascino del software, rischiando di trasformarsi in “zombifici” per smanettoni. Il software, come ogni mezzo e tecnica (pennello compreso), non è neutro, ma porta con sè la filosofia, l’ideologia, la politica economica che lo ha generato. La rivoluzione digitale ha conseguenze forti anche nel campo della psicologia cognitiva e della divisione del lavoro. Pensiamo da esempio al dilagare del lavoro implicito: quanto ne fa chi mette i suoi video su YouTube? Ci si rende conto o no che, in un certo senso, paghiamo per lavorare ed altri (i provider, ad esempio, ma anche le tv che trasmettono trasmissioni fatte con filmati amatoriali) si arricchiscono? Non so.

Esiste una relazione tra i software, i codici, e i programmi che si producono con essi. Per questo, vanno contrattati a livello sociale. L’esempio della Cina che decide di passare a Linux per non essere legata a Microsoft è illuminante. Ma se non ho studiato la teoria che sta dietro, come scelgo? Ecco perché nasce a Bologna (anni 80), il Dams comunicazione.

Di sicuro, in Italia, con un sistema del cinema oggettivamente romanocentrico, senza i Dams e, senza i cosiddetti “insegnamenti complementari” (nome istituzionale per i corsi accademici di Regia, Teoria e Metodo dei Mass Media, Storia del cinema etc.), a fare i film sarebbero ancora solo i pochi stagisti, amici, assistenti, e/o ex allievi del Csc. Personalmente, credo che se non ci fosse stata l’entrata in campo audiovisivo dell’Università e delle Accademie, non avremmo avuto quella ricerca che ha portato all’analogico a basso costo, prima, al digitale, poi. Di più, credo che la spinta ad aprire le Tv private sarebbe stata di altra portata. Il mondo sarebbe diverso, con meno punti di vista sulla realtà, senza videoarte, senza cortometraggi, senza rete, senza autori fuori- casta. Certo, diranno molti, anche senza YouTube e senza immondizia audiovisiva. La realtà è fatta di complessità. A chi pensa che per essere regista basta aver realizzato un film, ricordo che nel 1992, Roberto D’Agostino ha diretto un film cosiddetto “di interesse nazionale”, prodotto con i fondi dell’Articolo 28: Mutande pazze. Tra gli interpreti c’erano anche Raoul Bova, Monica Guerritore, Aldo Busi ed Eva Grimaldi. Nello stesso anno, Marina Ripa di Meana, ha diretto Cattive ragazze, anche con Anita Ekberg e l’immancabile Eva Grimaldi. Guardate e fatemi sapere.

Altri romanzi di Dennis Lehane: La morte non dimentica, Buio prendimi per mano, Pioggia nera, La casa buia. In Italia, tutti editi da Piemme.


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 15 giugno 2009

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