L’India vista da Ovest, da Schopenhauer a Topolino

di Fernanda Moneta

Nel 1869, l’apertura del canale di Suez che unisce il Mediterraneo all’Oceano indiano, oltre al commercio, stimola i viaggi d’esplorazione verso l’India. Da questi viaggi tornano uomini nuovi, carichi di appunti, manoscritti e testi che aprono sullo spirito squarci di lucidità sconosciuti all’occidente cristiano. La teosofia, l’induismo, il buddismo e le altre religioni orientali, si offrono come sponda alla crisi dei valori spirituali e, in modo più o meno occulto, si sostituiscono alla religione tradizionale.

In più occasioni, l’incontro con i brahamini ed i loro testi sacri, aveva risvegliato tra viaggiatori ed esploratori occidentali l’interesse per una cultura che sembrava ormai scomparsa perché superata dall’Illuminismo. Dalla belle époque la fuga dal razionalismo e dalla realtà quotidiana era diventata il tratto distintivo della cultura delle classi dominanti occidentali. Della borghesia, in primo luogo.

Nasce in questo periodo, il cinema, il medium che più di ogni altro garantisce la possibilità di sognare ad occhi aperti, ed è da subito applicato a romantiche storie lacrimose, ad un erotismo enfatico, ai sogni di altri mondi, realtà parallele, spiritismo. Troppo in fretta, le macchine impongono all’uomo ritmi forzati del tutto distanti da quelli dei tempi preindustriali.

Orizzonte perdutoGli insegnamenti dei veda e dei sutra vengono clonati da diversi filosofi e uomini di cultura occidentali, di cui Friedrich Nietzsche è sicuramente il più noto. Non a caso, tra i suoi testi di riferimento c’è Il mondo come volontà e rappresentazione di Arthur Schopenhauer, che qui si rifà alla cultura induista monista. Il cosiddetto velo di Maya schopenhaueriano è una membrana metafisica che ci impedisce di essere consapevoli del vero aspetto della vita. Similarmente, le varie scuole induiste indicano con my ciò che separa l’uomo dal divino. Per la scuola degli Advaita Vednta, l’uomo si illude di essere un individuo distinto dal tutto, ma nella realtà profonda ne è parte indistinta. Questo stato di offuscamento gli impedisce di ottenere l’emancipazione dal samsara, che è il ciclo continuo di morte e rinascita. Tra le scuole dualistiche, la più nota oggi in occidente (soprattutto negli Stati Uniti) è quella degli Hare Krishna, per cui il velo di Maya è tutto ciò che ostacola lo scoprire il proprio rapporto con dio, Krishna.

Non Nietzsche, ma chi lo ha interpretato, ha banalizzato l’annichilimento del senso di colpa, che è il primo passo per accedere alla vera entità della vita, per stracciare il Velo di Maya, come un azzeramento della compassione cristiana.

Da ragazzino avevo letto Orizzonte perduto; mi ricordavo di Shangri-La, il monastero nascosto sull’Himalaia, dei monaci che praticavano lo yoga e respiravano aria pura, e di quella battuta sconvolgente: “che voi siate ancora in vita, Padre Perrault“.
Robert Silverberg[1]

Nel 1937 il film Lost Horizon (Shangri-La), diretto dall’italoamericano Frank Capra e interpretato da Ronald Corman, fa il giro di tutto il modo e segna indelebilmente l’immaginario di più generazioni.

La storia si basa sull’omonimo romanzo[2] pubblicato da James Hilton nel 1933. In Tibet, il Console inglese Hugh Conway e altri tre viaggiatori occidentali scoprono che quello che all’apparenza sembra un tempio, in realtà è l’ingresso ad una sorta di paradiso terrestre, una città i cui abitanti, originari di tutte le parti del mondo, vivono in pace e assai a lungo. Ad esempio, il loro leader spirituale, il Gran Lama Padre Perrault, che in realtà è un frate cappuccino, ha duecento anni. Il loro credo sta nella via di mezzo, nell’esser moderati evitando ogni eccesso, compreso l’eccesso di virtù. Nessuno impone la propria via, ma tutti cooperano nel rispetto delle peculiarità culturali e della diversità degli altri. Shangri-La è il regno della tolleranza e dell’accettazione. Da questo incontro, la vita dei quattro viaggiatori cambia per sempre.

James Hilton si era ispirato al racconto dei padri missionari Evariste Regis Huc (1813-1860) e Joseph Gabet (1810-1863), che percorsero l’Asia centrale attraverso il nord della Cina, la Mongolia e il Tibet fino a giungere a Lhasa nel 1846. A sua volta, il personaggio di Padre Perrault, era ispirato alla figura storica del gesuita Ippolito Desideri[3], che soggiornò in un monastero presso Lhasa e fu conquistato da quelle stesse dottrine che, per missione, avrebbe dovuto combattere.

Donald DuckIl merito del film Lost Horizon è di rendere popolare la leggendaria Shangri-La e, indirettamente, la cultura vedica e le filosofie occulte che ne parlano. Il grande pubblico riscopre il romanzo, che ha un boom di vendite. Ma il successo è tale che Carl Barks, uno dei più noti autori Disney, firma Zio paperone e la dollaroallergia, pubblicata su Uncle Sgrugle, il 29 ottobre 1953. Ossessionato da continue richieste di denaro, per ritrovare la serenità, Zio Paperone raggiunge, con Paperino e i nipotini, Tralla-La, valle leggendaria nella catena dell’Himalaya,[4] chiaramente ispirata alla Shangri-La del film di Frank Capra. L’India è uno dei set esotici più utilizzati nei fumetti della Disney, che nel 2007, in Italia, pubblica Paperi in India[5], che raccoglie storie degli anni ’60, ’70 e ’80.

In varie occasioni, sulle pagine dei fumetti Disney rivivono i continenti perduti di Atlantide e Mu, la favolosa città di Shangri La, l’India misteriosa. Gli esempi sono molteplici. Nel 1949, negli Stati Uniti, su Donald Duck[6] è pubblicata la storia Trail of the Unicorn (Paperino e il sentiero dell’unicorno) in cui Zio Paperone ordina a Paperino di procurargli un unicorno da esporre nel proprio zoo. La ricerca parte dalla citta indiana di Shangri-Lala. In Topolino nel favoloso regno di Shan-Grillà (1961), Romano Scarpa porta Topolino e Ben Bubbola, allievo e fan di Frank Capra, nella città segreta di Shan-Grillà, nascosta tra i ghiacci dell’Alaska. Nel 1976, lo sceneggiatore Ed Nofziger e il disegnatore Massimo De Vita pubblicano Mickey Mouse – Shangri-oo-La-La (Topolino e il segreto di Shangri-ooo-La-La). E ancora, nella storia di Stefano Ambrosio e Armando Perina, Paperinik e i magici furti (2008), compare Sangor, mistico e mago del crimine che ha imparato le sue arti presso il monastero di Shangri-Uack e che, con l’aiuto di alcuni adepti, usa i suoi poteri per scopi malvagi. Il riferimento è evidentemente a Isis Unueiled di Helena Petrovna Han.

 

Note

  1. Robert Silverberg, Vacanze nel deserto (Book of Skulls), Urania, 1972.
  2. In Italia, Orizzonte perduto (Lost Orizon) di James Hilton, è stato pubblicato nel 1995 da Sellerio.
  3. 1684-1733.
  4. In questa storia compare per la prima volta il Manuale delle Giovani marmotte (The Junior Woodchuck Guidebook).
  5. Speciale Disney n.43 febbraio 2007.
  6. 8 settembre 1949.

Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 08 gennaio 2010

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