Quanto vale l’arte contemporanea indiana dopo il deboom

di Fernanda Moneta

Arte-indiana

All’incirca dal 2004, grazie ai nuovi ricchi creati dalle economie emergenti di India, Cina, Russia e Medio Oriente, il mercato dell’arte si è globalizzato sia in termini di vendita che di acquisto. Fatto decisamente positivo è che ciò ha reso il settore meno sensibile alla recessione. Di contro, i prezzi delle opere tendono ad alzarsi anche senza un giustificato motivo. Nel 2007, il noto collezionista italiano Marino Golinelli ha ceduto per 5 milioni di sterline, 138 opere della sua collezione, dichiarando di voler investire il ricavato in opere di artisti cinesi, singaporiani, coreani ed indiani. La quotazione di questi ultimi varia sensibilmente. Si va da un minimo di 50.000 euro a un massimo di 300.000 per le opere di Subodh Gupta, le più quotate. Un’opera di Anita Dude, invece, si può acquisire con una cifra che varia dai 25.000 ai 100.000 euro. Shilpa Gupta va dai 20.000 agli 80.000 euro. Ancora alla portata di molti, ma è in crescendo, Tejal Shah: dagli 8.000 ai 12.000 euro. In un’asta da Sotheby’s, una tecnica mista tra smalto dipinto su tapparella metallica, polvere di marmo e acrilico su tela, Father (Padre, 2000) di Atul Dodija, è stata venduta a 432.500 euro da una stima di partenza di circa 200.000 euro.

Se, una volta, i collezionisti erano pochi ed appassionati d’arte, con un elevato livello culturale e con spiccate conoscenze specifiche, oggi invece ad essi si è affiancata una nuova generazione con molto denaro da investire e scarse conoscenze specifiche. I nuovi, facoltosi clienti globali, comprano per ragioni di puro investimento, per acquisire prestigio, per moda o per spirito di nazionalismo. È gente come questa, dai grandi portafogli sempre aperti, che ha fatto gonfiare i prezzi, soprattutto dell’arte contemporanea, anche se erano stati ridimensionati dalla recente crisi delle borse. Molti hanno comprato arte come investimento alternativo o per dare equilibrio al portafoglio dei propri beni. Altri, semplicemente non hanno mai smesso di comprare senza farsi prendere dal panic selling.

È grazie a questa gente che l’arte è stata protetta dall’attuale crisi economica, che ha colpito soprattutto l’America e l’Europa, i più vecchi e principali luoghi del mercato dell’arte, nonostante la globalizzazione. La crisi ha reso il mercato dell’arte più credibile. Contro una flessione dell’arte asiatica, inflazionata, l’interesse internazionale per il contemporaneo indiano è in forte crescita. D’altra parte, l’India della modernizzazione investe tanto sulla comunicazione della propria arte e cultura. Lo sviluppo dell’economia indiana ha (anche) fatto lievitare i prezzi delle opere, trasformando l’arte contemporanea in uno status symbol per i nuovi ricchi del Paese.

Secondo il Sole24ore,[1] nel 2007 il totale delle vendite di arte indiana è stato di 243 milioni di euro, di cui il 30% acquisto sul territorio indiano e il restante 70% tra Londra,

New York e Dubai. Tra il 2000 e il 2007, la casa d’aste Saffron, la più importante in India, ha aumentato del 15% il suo giro d’affari. Il record di stima per un’opera moderna è stato raggiunto nel 2007, con l’acrilico su tela La Terre (1985) di Syed Haider Raza[2], battuto da Christie’s a Londra, per 914.375 euro.

Anche se Syde Haider Raza è tra i fondatori, nel 1948, del manifesto del Bombay Progressive Artist’s Group[3], dal 1950 opera in Francia, dove si è trasferito per frequentare l’Ecole Nationale des Beaux-Arts. Le sue opere, saldamente legate alla pittura, si muovono tra espressionismo, tantrismo e cultura vedica, che rielabora in chiave concettuale.

A questo proposito, dice Syde Haider Raza:

Pensavo, sono nato in India, ho una visione diversa da quella occidentale; dovrei amalgamare ciò che ho appreso in Francia a concetti indiani. In questo periodo mi recai in India ogni anno per studiarne la filosofia, l’iconografia, i diagrammi magici (yantras), e l’antica arte, in particolare quella hindu, buddhista e giainista. Fui colpito dai dipinti di Basholi, Mlwa e Mewar, e iniziai a combinare i colori in modo che evocassero le miniature indiane.[4]

Lo stesso anno, è stato acquistato a 476.795 euro, Mass Marriage (2003), acrilico su tela del contemporaneo N.S. Harsha[5], un’opera seriale e cross disciplinare, che nasce da un’analisi della ibridazioni tra il ricchissimo patrimonio culturale autoctono e i simboli culturali del melting pot postmoderno della cultura globalizzata. Il quadro riprende abitanti dei villaggi che posano per una fotografia davanti ad un fondale dipinto che rappresenta la Torre di Pisa.

Negli ultimi due anni, i siti e le pagine dedicate in rete all’arte moderna e contemporanea indiana si sono centuplicati. Anche il numero delle gallerie specializzate in arte contemporanea indiana è sempre più in espansione e fa riflettere su come si sta organizzando il mercato oggi.

A New York, nel quartiere bohémien chic di Chelsea, sita all’11° piano del 508 West, 26° Strada, la Bose Pacia è stata inaugurata nel 1994 con la mostra Beyond India. Ancora oggi, la galleria si dedica esclusivamente e con successo all’arte contemporanea indiana.

Sono un riferimento per il contemporaneo indiano, la Queens Mansions Gallery in Prescott Road (G.Talwatkar Marg Fort, Bombay) e il Cima (Centre of International Modern Art, di New Delhi), creata e diretta da Rakhi Sarkar,[6]

A Bombay, la Sakshi Gallery rappresenta, tra gli altri, Nalini Malani e Ranbir Kaleka; la Chemould Gallery, aperta nel 1963 da Kekoo e Khorsed Gandy, ma diretta dal 1988 da Shireen Gandy, ha il merito di aver scoperto Subodh Gupta.

Oltre la pittura e la scultura, dagli anni ’90, alcune gallerie specializzate in arte contemporanea indiana, decidono di espandere la propria area d’interesse accogliere opere di arte transmediale. Si tratta, ad esempio, di Nature Morte di New Delhi (fondata nel 1992 da Peter Nagy) e delle sue partner Bose Pacia Gallery di Kolkata e New York. Ciò coincide con la decisione di artisti come Shilpa Gupta e Navjot Altaf di utilizzare i nuovi media, video e internet, ibridandoli tra loro e introducendo tecniche interattive. Che il mercato sia pronto anche per altre tecniche, oltre quelle tradizionali, si vede dal fatto che, ad esempio, le installazioni di Anita Dude sono quotate dai 25.000 ai 100.000 euro e quelle di Shilpa Gupta, tra i 20.000 e gli 80.000 euro. Cifre molto alte, soprattutto se si considera il fatto che le opere interattive si completano solo attraverso la partecipazione del pubblico, che collabora attivamente al processo di creazione di significato. Sono perciò opere “incomplete” e, per questo, almeno apparentemente, difficilmente collocabili. A quanto pare, in India si è formato un vero e proprio sistema artistico, con un collezionismo autoctono che ha la competenza e/o l’arroganza per fidarsi di gallerie private.

Nonostante il crollo delle borse, il libero mercato continuerà ad esistere anche nell’ambito dell’arte ed i Paesi più predisposti all’espansione e con maggiori capacità di far conoscere

la propria cultura, saranno privilegiati. In primo piano, l’India e Cina. Ma si stanno facendo avanti anche il Pakistan, la Corea del sud, la Turchia, l’Iran, il Vietnam, l’Indonesia, le Filippine e il Bangladesh. Anche se ancora oggi l’arte di questi Paesi ha un peso minore, sia nel mercato che nell’ambito critico, a causa della preminenza economica e culturale dei Paesi occidentali, soprattutto quelli anglofoni ed europei, la crisi sta cambiando gli equilibri.

Note

1. http://www.arteconomy24.ilsole24ore.com/news/cultura-tempo-libero/2009/03/report- tefar-grafici.

2. Nato nel 1922 a Babaria, Madhya Pradesh, vive e lavora in Francia dal 1950.

3. 1947-1956.

4. Conversazione con Amrita Jhaveri, 2007. Nato nel 1922 in Babaria, Madhya Pradesh, vive e lavora in Francia. È uno dei fondatori del Progressive Artists Group.

5. Nato nel 1969 a Mysore.

6. Moglie di Aveek Sarkar, proprietario della Tycoon.

 


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 13 giugno 2010

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