Il cinema senza coppola. Documentaristi italiani verso il punto di svolta o al punto e basta?

di Fernanda Moneta

doc-it

Di comunicati stampa di questi tempi ne arrivano tanti, spesso più di tipo sindacale che informativo-promozionale.
Questo che mi arriva da Doc/it, che è l’associazione che riunisce tutti o quasi i documentaristi italiani, è particolarmente ricco di informazioni utili a capire, a chi crede che fare il cinema sia tutto rose e fiori, quali sono oggi le dinamiche del mercato.
Già, perché i film documentari sono prodotti da costruire, vendere e distribuire così come le scarpe, il pane o le automobili. Personalmente non ho ancora capito perché se i produttori di videogiochi si sono riuniti nell’Aiomi e stanno in Confindustria, non potrebbe starci anche un’associazione di autori per il cinema e l’audiovisivo. Bisognerebbe parlarne.

Spiccano prima di tutto tanti loghi celebri, tra cui quelli di Anac (Associazione Nazionale Autori Cinematografici) e Sact (Sindacato Autori). Perché sia che usino la penna, word, il digitale o la pellicola, gli autori sono tutti nella stessa barca: parte debole di un sistema di produzione costruito attorno ai produttori e ai distributori, che oggi, anche grazie al digitale, sono sempre di più vicini, vicini. Dice Doc/it:

“Mamma Rai è sempre più matrigna. Le inadempienze, le scorrettezze, il disprezzo dei più basilari diritti sono diventati per il servizio pubblico normalità, soprattutto nei confronti dei documentaristi. A quanti di voi è stata sottoposta la clausola per cui dovevate dichiarare che quello che stavate vendendo non è un “documentario” bensì un filmato e che quindi “non ha diritto all’equo compenso”? E a quanti è stato chiesto di cedere il proprio film gratuitamente con l’unica gratificazione di andare in onda su una “rete di prestigio come Rai Uno”?
Per non parlare di come molti film sono tagliati, smembrati, a uso e consumo della trasmissione che li ospita; dei contratti fatti firmare sempre troppo tardi, a volte a film finito. L’elenco è lungo. Ottenere un incontro con i dirigenti Rai è quasi impossibile: non rispondono alle lettere delle associazioni di categoria e non prendono mai posizioni ufficiali.”

Continua il comunicato:

“È per questo che le associazioni 100Autori e Doc/it vi invitano il 5 DICEMBRE, dalle ore 16.00 alle 19.30 alla Casa del Cinema per discutere dei problemi con la Rai e delle possibili iniziative di protesta. Crediamo che sia venuto il tempo delle iniziative unilaterali e dell’autodeterminazione. Lo scorso 20 giugno, al primo evento TURNING POINT, abbiamo dato il nostro pieno appoggio ai 450 sceneggiatori che hanno firmato un impegno personale e nominale a rifiutare nei loro contratti la cosiddetta . Oggi, siamo convinti che anche tutti gli autori di documentario, possano impegnarsi nello stesso modo, firmando una loro lettera in cui rifiutano di sottoscrivere contratti che declassano le nostre opere a filmati e/o pretendono la cessione gratuita dei diritti di trasmissione. Sarebbe un secondo importante TURNING POINT, un impegno reciproco tra firmatari e associazioni, politicamente ed eticamente vincolante. Abbiamo così preparato un testo per discuterne – insieme alle altre proposte – il 5 dicembre.”

E ancora:

“Poi, se saremo d’accordo, potremmo iniziare a raccogliere le vostre firme, quelle di tutti, anche di quelli che abitano lontano da Roma e chiedere ai firmatari del primo TURNING POINT di mettere le loro. Perché tutto questo abbia forza e valore, infatti, occorrono sia un alto numero di lettere che una forte coesione tra noi.”

La parte che segue del comunicato di Doc/it mi preoccupa innanzitutto come cittadino di questo Paese:

“Nessuno ha intenzione di esporre pochi coraggiosi al pericolo di venire isolati o di perdere occasioni di lavoro: se le firme non saranno molte, non saranno neanche rese note.”

Insomma, siamo al punto di aver timore di dire “ahi” se qualcuno ci sta facendo male?


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 09 dicembre 2011

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