Illuminazione espresso: dai Beatles a David Lynch

di Fernanda Moneta

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Ancora nel ’65 in India incontrai soltanto un pugno di hippy ante litteram a Benares, poca roba. Ma nel giro di trentaquattro anni tutto era cambiato, la città indiana era affollata di assetata di gente filosofia”.
Diana Eck[1]

Deceduto nel 2008, Maharishi Mahesh Yogi, forse più noto come il guru dei Beatles, è il padre della meditazione trascendentale o MT (marchio registrato), una pratica che deriva dalla tradizione vedica, messa a punto negli anni 50 ma diffusasi in occidente con la cultura del Flower Power.

Già nel 1972 la Meditazione Trascendentale era praticata da talmente tante persone in tutto il mondo, che la rivista Time ha dedicato al suo guru una copertina con il titolo “Meditazione: la risposta a tutti i tuoi problemi?”.

Questa disciplina, deve in larga misura la sua notorietà al fatto che i Beatles dichiararono pubblicamente di praticarla in un momento in cui in tutto il mondo occidentale, travagliato dalla medializzazione della guerra in Vietnam, esplodeva la cultura dei figli dei fiori e la sete per quelle religioni orientali che insegnavano a gestire, se non escludere, il senso di colpa.

La Meditazione Trascendentale promette di dare gli strumenti per attingere con consapevolezza ad un’illimitata riserva di energia, intelligenza e creatività che non vanno cercati altrove, ma giacciono già ora nel profondo di noi stessi. Una volta attivata la fonte, si può innalzare la propria esistenza al suo livello massimo, caratterizzato dalla massima libertà, salute, felicità perfetta, assenza di problemi. Uno stato che non è eccezionale, ma naturale. Il fatto è che l’uomo tende a dimenticarlo.

Fu George Harrison il primo dei Beatles ad avvicinarsi alla cultura indiana. Dopo un incontro con Ravi Shankar a casa del regista Peter Sellers, negli Stati Uniti, le sonorità del sitar entrarono prepotentemente nel suo immaginario musicale. La moglie Patty Boyd gli presentò Maharishi Mahesh Yogi nel 1967 e da questo momento, come per osmosi, con venti più venti minuti di meditazione il giorno, iniziò la fase mistica dei Beatles, che culminò in un weekend trascorso in India presso l’ashram del guru nel 1968. Da questo momento in poi, la Meditazione Trascendentale si diffuse velocemente in tutto il mondo, spianando la strada ad altre pratiche d’origine orientale, prima fra tutte, il buddismo.

In Russia, l’industrializzazione avrebbe dovuto soppiantare il nomadismo e il comunismo avrebbe dovuto spazzare via il buddismo, ma ciò non è accaduto. Infatti, ancora oggi il Gandan Khiid è uno dei più grandi ed importanti monasteri della Mongolia, dove i monaci bambini seduti in file parallele, una di fronte all’altra, recitano i Sutra. Considerato una pratica religiosa, anche lo Yoga ai tempi dell’Urss era vietato. Nei tempi recenti, in una intervista al settimanale Itogi, il politico Dmitry Anatolievich Medvedev ha dichiarato di praticare lo Yoga per scaricare lo stress del lavoro. Khatuna Kobiashvili, editore del Yoga Journal, sostiene che in Russia sono almeno 100 mila le persone che praticalo lo Yoga con regolarità e sono destinate ad aumentare. Un’infinità, se si tiene conto del fatto che 100 mila sono gli iscritti in tutto il mondo alla Fondazione di Maharishi Mahesh Yogi, il Paese Globale della Pace Mondiale, che solo in Italia ha 36 centri di meditazione.

Va detto che, già prima della perestrojka, il presidente della Soka Gakkai[2], Daisaku Ikeda ha incontrato diverse volte Mikail Gorbaciov [3].

Come si può realizzare una pace duratura? (…) I
l ventesimo secolo ha messo a dura prova i princìpi dell’umanesimo rivelando quanto fosse gracile e moralmente vulnerabile il mito di Prometeo, dell’orgogliosa aspirazione all’onnipotenza e alla sottomissione della Natura. (…) È il momento di cercare un vero umanesimo che sia in grado di salvaguardare la personalità umana, la sua dignità e il suo valore originario, di difendere tutto ciò da nuove tentazioni e catastrofi. (…) I tempi sono maturi per un dialogo ampio e globale sugli insegnamenti del ventesimo secolo, per arrivare a elaborare un nuovo sistema di valori che aiuti l’umanità.
Daisaku Ikeda e Mikail Gorbaciov[4]

Gli individui sono maggiormente influenzati da propri pari o da chi è più in alto nella gerarchia sociale. Se in Russia Medvedev si pone come testimonial dello Yoga, in occidente, tra gli aderenti dichiarati alla Soka Gakkai, ci sono invece, Roberto Baggio e Tina Turner. Richard Gere è un noto discepolo del Dalai Lama. Tra i nomi celebri, praticano la Meditazione Trascendentale, Clint Eastwood, Mia Farrow, Donovan e Mike Love dei Beach Boys. Il regista David Lynch, ha dichiarato di dedicare alla Meditazione Trascendentale almeno venti minuti al giorno da oltre trent’anni, con ottimi risultati.

In questo senso, la Fondazione David Lynch per l’Istruzione basata sulla coscienza e la pace nel mondo, offre borse di studio agli studenti che desiderano imparare la Meditazione Trascendentale nell’ambito della loro scuola.

Fa parte del processo spirituale insegnare ad altri ciò che si è sperimentato, indicare la via attraverso il proprio esempio.
I mass media sono funzionali a questo processo, oltre che al mantenimento della leadership del guru all’interno dei rapporti sociali che determinano il consumo stesso e che preesistono al consumo comunicativo. Lo stesso Maharishi non si è limitato ad insegnare la Meditazione Trascendentale ai Beatles, ma ha medializzato questo fatto.

A loro volta, i Beatles, così come Lynch, diventano testimoni­maestri. E così ad infinito.
Nel caso dei Beatles, la tecnica mediatica utilizzata è stata così efficace che ha scolpito indelebilmente nell’immaginario del pubblico l’immagine di una band concentrata sulla propria crescita spirituale, cancellando il fatto della dipendenza da alcol ed Lsd. Questo, anche se la disillusione dei Beatles nei confronti della Meditazione Trascendentale arriva molto presto ed è stata resa pubblica con il brano Sexy Sadie:

Abbiamo dato tutto ciò che possedevamo / solo per sedere alla sua tavola, / bastava un suo sorriso / per illuminare tutto. / Ha preso in giro tutti, / Sexy Sadie. / Per quanto grande tu creda di essere, / Sexy Sadie[5].

La forza invasiva rispetto la cultura e le religioni occidentali, del metodo Meditazione Trascendentale e di tutte le sette che afferiscono all’induismo e al buddismo, è dovuta a due fattori: l’agilità della pratica, che promette di impegnare pochi minuti ogni giorno, e l’apparente assenza di conflitto con le altre religioni.

La promessa di raggiungere velocemente e senza sforzo la perfetta realizzazione di sè, si armonizza perfettamente con l’esigenza di sintesi e brevità della società neocapitalista[6].

In un certo qual modo è il corrispettivo spirituale della massificazione delle cure dimagranti ed estetiche. Ogni epoca ha una sua forma, che veicola la sostanza. Lo stesso Budda storico ha differenziato i suoi insegnamenti in relazione all’epoca e alla possibilità di comprenderli da parte di chi lo ascoltava. Quasi come fatto secondario, ma comunque rilevante, Maharishi è riuscito a costruire un impero economico mondiale.

Paradossale che tutto ciò prenda il via dallo Yoga, che è uno dei sei darshana, i sistemi ortodossi della filosofia indiana. Ma in un sistema in cui il valore di ogni cosa si valuta in base al guadagno che produce, questo fatto può avere un senso.

Una strategia comune a tutte le religioni derivanti dai Veda e dai Sutra è il fatto di proporsi all’inizio del percorso di conversione, come tecniche o al massimo filosofie, in un mondo, quello occidentale, che ha inflazionato questi termini, svuotandoli di significato.

Ciò è superevidente nel caso dello Yoga, pratica religiosa che in occidente è letta come uno sport, una disciplina che mira al riequilibrio psicofisico dell’uomo.

Storicamente, la scuola Yogachara[7] è in voga in India dal 450 al 1100 d.c., quando perdono influenza gli insegnamenti hinayana descritti da Vasubandu[8] nell’Abbidharmakoshashastra[9] (Il Tesoro della Metafisica), un importante saggio sui principi fondamentali del buddismo che viene ancora oggi utilizzato come manuale di studio nei templi. La dottrina Yogachara invece, si rifà ai principali sutra mahayana ed è propria della scuola buddista che pratica, appunto, i metodi dello Yoga. Fu lo stesso Vasubandhu a sistematizzarne in varie opere i suoi insegnamenti, in particolare, nel Vimshatika (Ventina).

Sono varie oggi le discipline fatte derivare dallo Yoga. Tra le ultime nate, la Sakti dance, messa a punto dalla scozzese Sara Avtar Oliver, insegnante di Kundalini Yoga. Nessuna controindicazione è segnalata per chi professa un credo religioso differente. La promessa è che si può entrare senza sforzo in un piacevole stato mistico dove pare che sia l’anima a danzare.

In generale, chi pratica lo Yoga in occidente, difficilmente conosce la vera natura di ciò che sta praticando o, se sa, è spinto a sottovalutare e tralasciare tutto ciò che non afferisce al livello asana, quello relativo alle posizioni del corpo. Le asana conosciute sono alcune migliaia. Si tratta di posture utilizzate in alcune forme di Yoga, in particolare nell’Hatha Yoga, scuola secondo cui è possibile purificare i canali energetici (nadi), incanalare l’energia verso specifici punti del corpo, ottenendo in questo modo un beneficio psicofisico, attraverso l’assunzione di diverse posizioni del corpo. Visto così, lo Yoga potrebbe sembrare una sorta di ginnastica posturale. Quello asana, però, è solo il terzo di un percorso di otto livelli che il discepolo deve compiere per arrivare alla perfetta realizzazione[10].

La semplificazione dello Yoga ha consentito di creargli intorno un ricco business e/o di farne un cavallo di Troia per religioni altre da quelle tradizionalmente praticate in occidente.

Di certo, se il praticante dovesse mettere in pratica anche solo l’introduzione allo Yoga, primo livello yama, lo troverebbe particolarmente duro. Si tratta di cinque fondamentali astensioni da applicare senza eccezioni, nella propria vita: violenza (ahimsa), dalla bramosia del possesso (aparigraha), dalla cupidigia (asteya), dal desiderio sessuale (brahmacharya), dalla menzogna (sathya). Ancor più chiaramente, il secondo livello dello Yoga, niyama, descrive le regole di autopurificazione e prevede, tra l’altro, il fatto che il discepolo si debba abbandonare alla divinità, l’Ishvara Pranidhana[11]. Questo, oltre a dimostrare implicitamente la natura mistica dello Yoga, fa entrare in contrasto questa pratica con le altre religioni, con l’ateismo e con lo stesso marxismo.

Secondo la Yogachara, la realtà fenomenica non ha un’esistenza oggettiva, tutto può essere reinterpretato, mutare di segno, tranne la coscienza stessa. La pratica religiosa serve proprio per percepire quest’insostanzialità, il fatto che la vita è un sogno, un’illusione. In questo senso, anche il samsara, il dolore, può diventare illuminazione, felicità profonda, nirvana.

Lo spirito compassionevole caratteristico del buddismo mahayana, in contrasto sostanziale con la rigidità e l’intransigenza della morale hinayana, invita a valorizzare ogni manifestazione di vita, sia pure la più spregevole o infinitesima, superando ogni considerazione d’ordine moralistico e riconosce che lì dove esiste la sofferenza esiste anche la gioia, così pure dal male può scaturire il bene[12].

Per far emergere l’assoluto, ottenendo il distacco totale dalla realtà fenomenica, gli Yogacharin usano il metodo dell’estasi, azzerando l’importanza data dai precedenti insegnamenti ai processi mentali e all’attività intellettuale in genere. Per questo, oggi, lo Yoga è venduto come una tecnica anti­stress.

L’occidentale che guarda alle religioni vicine all’induismo e al buddismo, non può che leggerle attraverso la lente deformante dell’Illuminismo. Così, il fattore mistico e il potere dato dalla pratica religiosa sono ignorati e tutto è ricondotto alla mente e alla forza di volontà. L’annichilimento del senso di colpa, che è il primo passo per accedere alla vera entità della vita, per stracciare il Velo di Maya, è banalizzato come un azzeramento della compassione. Anche ultimamente, il giornalista Claudio Gallo stigmatizza il fatto che, alla notizia della morte per overdose di Brian Epstein, il manager dei Beatles, Maharishi Mahesh Yogi affrontava “il tema dilacernante della morte e della sofferenza con poche definitive parole: dimenticate, siate felici”[13].

In sanscrito, felicità si dice svasti, da cui deriva il termine svastica, la ruota della vita. Essere felici, andando oltre la sofferenza, è l’obiettivo della Meditazione Trascendentale che sostiene che lo scopo dell’esistenza è quello d’essere, in ogni caso, felici e a proprio agio.

Nel 1976, Mario Bussagli definisce il Budda storico “un essere umano che insegna agli uomini un atteggiamento psichico capace di risolvere il problema del dolore, della malattia, della vecchiaia e della morte operando un azzeramento assoluto di valori. Un’indifferenza adamantina corretta solo dal desiderio di giovare a tutti gli altri esseri viventi, magari sacrificando se stessi, ma senza il minimo coinvolgimento emotivo nell’atto compassionevole”[14].

Questa interpretazione, più che parlare del buddismo, ci parla di chi interpreta il buddismo. La cultura cristiana vede nella sofferenza la via verso la salvezza; quella buddista legge la sofferenza come un’illusione che impedisce agli uomini di vedere la vera entità della vita.

Per i buddisti, Cristo è un bodhisattva, un essere umano che ha preso su di sè la responsabilità del karma dell’umanità (quello che i cristiani chiamano “peccato originale”), accettando di morire per poterlo “pulire”, eliminare, per poi risorgere e testimoniare questo processo. Da quel momento in poi, ogni essere umano parte da zero, è padrone del suo destino.

Una versione, questa, che si discosta da quella cristiana soprattutto per due, diciamo così, particolari: la natura divina di Cristo e l’esistenza di un dio salvatore.

Il Budda storico è stato un essere umano che ha insegnato agli altri un metodo per risolvere i problemi di nascita, sofferenza, malattia e morte. Cinici, Epicurei e Stoici, hanno anticipato gli insegnamenti di Shakyamuni, ma non sono andati oltre la consapevolezza di quello che è. In più, il Budda ha offerto la chiave per superare la consapevolezza stessa, e cioè per emanciparsi dalla schiavitù del ciclo di nascita e morte.

Secondo la tradizione, l’evoluzione del buddismo è distinta in tre fasi. Nel primo giorno della legge (circa mille anni a partire dalla morte di Shakyamuni), il buddismo è praticato esclusivamente in India da comunità di monaci che, subito dopo la morte del Budda, si riuniscono a Rajagriha.

Nel corso del concilio presieduto da Mahakashyapa, viene chiesto ad Ananda di recitare a memoria il Sutrapitaka, tutti i discorsi del Budda.

Upali, un altro discepolo, fece lo stesso con il Vinayapitaka, le regole di disciplina. Il risultato è una recitazione collettiva di due delle tre sezioni del Canone Tripitaka. Circa cento anni dopo, a Pataliputra, si tiene un secondo concilio, convocato per dibattere l’importanza e la formulazione delle regole di disciplina.

Su questo argomento la comunità si divide: da una parte, gli anziani, Thera, da cui il nome della scuola Theravada, e dall’altra i membri del Grande Ordine, o Mahasangika, sostenuto dai laici. I primi ritengono che la disciplina sia l’aspetto fondamentale dell’insegnamento del Budda, i secondi, invece, considerano più importante vivere tra la gente, condividere con essa gioie e sofferenze, parlare loro della pratica buddista.

È assai probabile che dai Mahasangika derivi il movimento mahayana (grande veicolo), che si diffonde nel nord e nell’est dell’Asia, mentre dal Theravada hanno origine le scuole prettamente monastiche, dette hinayana (piccolo veicolo)[15] che si diffondono verso sud ed est.

Essenzialmente, il Budda del Theravada è quello storico, ma allo stesso tempo è una figura irraggiungibile e unica. Per la scuola hinayana, vita dopo vita, gli esseri viventi si reincarnano a vari livelli di evoluzione spirituale, non necessariamente dal più basso al più alto. Ciò che uno è in questa vita è l’effetto di quello che uno è stato in altre vite e assieme è la causa di ciò che sarà nella prossima vita: consciamente o no, senza scampo. Il fine ultimo è l’uscita dal ciclo di morti e rinascite. Questa estinzione potrà avvenire solo attraverso infiniti cicli vitali, infinite reincarnazioni. Ad esempio, per diventare dei budda, le donne devono prima reincarnarsi in forma maschile.

Invece, nei testi mahayana e in particolare nel Sutra del Loto, si parla di buddità come di un qualcosa che tutti gli esseri viventi possiedono di per sè, dote naturale ma potenziale, che può essere attivata qui e ora, senza alcuna distinzione legata a sesso, capacità personali, condizione sociale, tendenza karmica. È proprio l’attivazione della buddità attraverso la pratica religiosa, che permette di costruire una felicità inesauribile, in questa e nelle prossime vite.

Se la causa fondamentale dell’infelicità consiste nella tendenza a creare attaccamenti di vario genere, varie possono essere le soluzioni.

Gli insegnamenti adottati dal piccolo veicolo insegnano a liberarsi della sofferenza eliminando, estinguendo, i desideri terreni. Gli insegnamenti del grande veicolo e in particolare il Sutra del Loto, invece, spiegano che è impossibile eliminare gli attaccamenti, perché senza di essi non si potrebbe vivere. Non si tratta di sradicarli, ma di vederli nella giusta luce e sfruttarli come forza motrice per diventare felici.

Per il Theravada, l’ideale da raggiungere è l’arhat, un’aspirazione di perfezione accessibile a pochi, solo dopo molte vite di pratica rigorosa e il più possibile estranea alle cose del mondo materiale. Per lo stile mahayana, invece, la figura di riferimento è il bodhisattva, ossia una persona attiva e compassionevole che aspira non solo alla propria salvezza, ma anche a quella di tutti gli altri esseri viventi. Esaurito il karma, l’arhat non rinasce più. Il bodhisattva, invece, sceglie di reincarnarsi ancora in una condizione di vita difficile (malato, povero, perseguitato, ad esempio), per aiutare gli altri con il proprio esempio di riscatto grazie alla pratica religiosa.

Un esempio storico: nella seconda metà dei mille anni del primo giorno della legge, grazie alla conversione del re Ashoka, c’è una massiccia propagazione degli insegnamenti mahayana fino all’Asia centrale, soprattutto tra i laici. Questo fatto porta l’esigenza di rendere accessibile al maggior numero di persone la conoscenza degli insegnamenti del Budda. In questa epoca, molti si dedicano a commentare e spiegare in modo semplice e divulgativo i sutra: Nagarjuna, ad esempio, o Vasubandhu.

 

Note

1. Cit. in Gallo Claudio, Addio al guru dei Beatles, in La Stampa del 7 febbraio 2008.

2. Una delle più importanti sette buddiste in Giappone e nel mondo. È tra le organizzazioni non governative dell’Onu.

3. Daisaku Ikeda, ha incontrato anche Zhou Enlai, iniziando così un’epoca di collaborazione e scambi tra SGI e Istituti artistici, culturali ed educativi cinesi. Rif. Au. Tecnocin@, Costa&Nolan, Milano, 2007.

4. Ikeda Daisaku e Gorbaciov Michail, Le nostre vie si incontrano all’orizzonte, Sperling & Kupfer, Milano, 2000. Brano cit. in http://www.sgi­italia.org/pubblicazioni/libri.html.

5. Aldridge Alan (a cura di), Il libro delle canzoni dei Beatles, Mondadori, Milano, 1969, pp.199­200.

6. Nel 2003 la Soka Gakkai Italiana (ISG) ha ridotto di oltre il 60% il testo, estratto dal Sutra del Loto, che i credenti recitano due volte al giorno.

7. Il nome è traslitterato anche così: Yogacara oppure Yogaacaara.

8. 280­360 a.C. originario di Purushapura, l’attuale Peshawar, Pakistan. Commentatore dei Sutra era noto ai suoi tempi per il fatto di affrontare apertamente dispute con sostenitori di filosofie non buddiste, era detto “il filosofo delle mille opere” perché gli sono state attribuite cinquecento opere hinayana e cinquecento opere mahayana.

9. In giapponese, Kusha-­ron. Sulla base di questo testo, in Giappone nacque la setta Kusha. Affronta vari temi: i dharma (elementi), i poteri e le facoltà, la cosmologia, il karma, le categorie dei santi, le vie per la buddità, le forme di conoscenza sacra, la contemplazione, la non esistenza dell’io.

10. Essi sono: yama (comandamenti morali universali), niyama (regole di autopurificazione), asana (posizioni), pranayama (controllo della respirazione), pratyahara (emancipazione della mente), dharana (concentrazione), dhyana (meditazione), samadhi (coscienza superiore).

11. Le altre quattro regole di autopurificazione sono: saucha (igiene, purezza, salute fisica), santosa (appagamento, felicità, salute mentale), tapas (ardore, fervore nel lavoro, desiderio vivo di evoluzione spirituale), svadhyaya (studio di sé stessi, ricerca interiore).

12. Marano Silvana (a cura di), Vasubandhu, in Duemilauno, n.40 settembre/ottobre 1993, anno VIII.

13. Gallo Claudio, Addio al guru dei Beatles, in La Stampa del 7 febbraio 2008.

14. Bussagli Mario (a cura di), I Miti dell’Oriente, Gherardo Casini Editore, Roma, 1976.

15. Etichetta che gli adepti di quelle scuole non riconoscono.

 


Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 12 agosto 2012

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