Multitasking e pragmatica del pensiero medioevale, 03

di Fernanda Moneta

Mente umana 3

In campo informatico, il Multitasking Preemptive ha assonanze con un sistema interpersonale regolato sulla base di codici largamente riconosciuti. È il corrispettivo di una società superformalizzata, com’era quella medioevale. In effetti, il Preemptive si basa su una rete di preconcetti, che lo sostanziano. Però, per quanto l’idea di regole prestabilite possa sembrare buona, la sua applicazione può dare problemi. Ad esempio, se un programma si blocca, l’arbitro continua a dedicargli una porzione di tempo per lavorare con il processore, anche se quello non la può sfruttare, rallentando in questo modo gli altri processi in atto. Ad esempio, anche se il modem si è sconnesso per un errore, la macchina “crede” di scaricare la posta e può accadere che un processo prioritario per l’utente, ma secondario rispetto alla gerarchia, venga lasciato in coda. O ancora, indipendentemente dai contenuti portati, la stampa di un documento è meno importante della masterizzazione di un cd musicale. Cioè, tra la stampa di un saggio di Kant e la masterizzazione del Tuca Tuca, con tutto il rispetto per gli autori di questa canzone, il processore legge come prioritaria quest’ultima funzione.

Generalmente si ritiene che pensano che passare dal Cooperative al Preemptive abbia reso il sistema più efficiente. In effetti, l’aggiunta del multitasking prelazionale rallenta la macchina, che usa più tempo per eseguire il sistema operativo e meno tempo per eseguire le applicazioni[1]. Il Preemptive, però, porta anche vari benefici: ad esempio la protezione della memoria. Se una applicazione si blocca, cioé non può coinvolgere l’intero sistema. Anche i conflitti tra le estensioni non esistono più, perchè sono stati tutti riscritti ad hoc per trarre massimo vantaggio dalle funzionalità del sistema.

Programmare preconcetti per aumentare la funzionalità del sistema è come limitare l’individuo a favore della macchina sociale, dotai ishin (tanti corpi, tante menti) contro itai doshin (tanti corpi, unica mente). Quest’ultimo è un concetto sviluppato nell’XI secolo dal giapponese Nichiren Daichonin.

Se per Claude Bernard[2] “la stabilità del medium interno è la condizione per la vita libera”, nel medioevo, la retroazione omeostatica è quella dominante.

Dio e naturaL’uomo medioevale vive in un mondo di significati, rimandi, sovrasensi, manifestazioni di dio nelle cose, in una natura che parla un linguaggio araldico.

Si tratta di quella che Huizinga chiama cristallizzazione del pensiero in parabole, esempi morali, prove, massime, sentenze. Ogni cosa non è ciò che appare, ma è segno di qualcos’altro, va decodificata. Ogni giudizio dà origine a una sentenza, che ne fa qualcosa di sostanziale e intangibile. La manifestazione popolare di questo modo di pensare è il sistema del proverbio, codice che condensa in un’immagine la risposta a ogni problema. Altra forma di cristallizzazione del pensiero, più alta, è il motto, una massima personale che diventa il simbolo dell’individuo che l’adotta, comparendo su ogni suo oggetto, dall’armatura alle stoviglie. Al motto si abbina spesso un simbolo, un emblema, che ha la funzione di un totem. Si tratta di idee araldiche, che oggi sono banalizzate dal merchandising.

C’è un ponte ideale che lega l’araldica con l’informatica. In particolar modo, le ultime generazioni di motori di ricerca, basati su procedimenti intuitivi, hanno molto in comune con quella forma mentis che, ad esempio, decodifica come “Gesù Cristo” un porcospino con chicchi d’uva infilzati negli aculei.

Ogni problema trova la sua soluzione riconoscendo il rapporto che ha con le verità esterne, applicando ai fatti regole formali, predefinite in base a testi scritti, insindacabili. È l’osservazione che si piega all’idea.

Nel caso della persecuzione delle streghe, ad esempio, è il XV secolo, epoca in cui generalmente si fa terminare il medioevo, a vedere pubblicati i testi che costruiscono un solido edificio teorico sulla questione: la bolla Summis desiderantes (1484) e il Malleus maleficarum (1487), la bibbia degli inquisitori, scritta dai domenicani Heinrich Kramer e Johann Sprenger che contribuisce ad alimentare significativamente la repressione di ogni forma di magia e di stregoneria fornendo ai giudici le linee guida da adottare durante i processi.

Nel 1577 Johann Wier iniziava a scrivere il De lamiis (Sulle streghe), sintesi del più ponderoso De praestigiis daemonum ac incantationibus (A proposito degli inganni dei demoni e degli incantamenti), testi che hanno lo scopo di togliere fondamento all’esistenza delle streghe e della stregoneria. Di più, nel 1558, il medico napoletano Giovan Battista Della Porta pubblica la Magia naturalis, dove, tra le altre cose, riporta la ricetta dell’unguento con cui le streghe si cospargevano per recarsi al sabba. Della Porta trova una donna che si definisce “strega” e, insieme ad altri testimoni, assiste al sonno profondo nel quale sprofonda dopo essersi spalmata addosso l’unguento. Al risveglio, la strega, che non si è mai mossa dal letto, gli racconta del suo viaggio al sabba. Da qui, Della Porta, scopre le proprietà allucinogene dell’unguento e smentisce ogni capacità soprannaturale.

LibroEppure, nonostante l’acquisizione di queste conoscenze, ancora nel 1580, l’umanista Jean Bodin, pubblica Démonomanie, libro messo all’indice nel 1594 perchè conferisce al Demonio un potere simile a quello di Dio, e che ripropone quasi inalterate le argomentazioni a favore dell’esistenza delle streghe, del Malleus maleficarum.

Il preconcetto non è prerogativa della cultura medioevale, ma è un atteggiamento di decodifica del reale proprio della mente umana. Il medioevo ne ha fatto un sistema che il capitalismo ha cercato di minare con il razionalismo e l’oggettività, prima, il pensiero debole e la relatività, poi. La recente psicologia comportamentale ha però, ad esempio, osservato che con gli stessi identici dati a disposizione, due gruppi, uno pro e l’altro contro la pena di morte, sono giunti a dimostrare ognuno la propria tesi.

Attraverso il multitasking, la cultura digitale ritorna a rendere palese il fatto che i preconcetti, le priorità e le gerarchie, sono alla base del pensiero umano. Anche l’idea di meritocrazia va fatta rientrare in questo ambito. Lo stesso DNA è descritto e/o concepito come una stringa che connota l’individuo che la porta, il cui destino si compie nel momento in cui passa dallo stato di latenza a quello di interazione. Questo sistema del pensiero umano è stato spiegato chiaramente nell’XI secolo dal giapponese Nichiren Daichonin: Ku è lo stato di latenza dell’essere vivente: esiste o non esiste a seconda che si intenda dimostrare la sua non esistenza (allora esiste) o al contrario l’esistenza (allora non esiste).

Per il pensiero medioevale, il punto è la ricerca dell’essenza delle cose, che può essere espressa solo da una parola. In questo senso, si è sempre detto che il pensiero medioevale generalizzasse, che non riuscisse a distinguere tra verità, realtà, falsi giudizi o faziosità. Il fatto che un’idea abbia un nome e una forma, la rende vera. Ma questo è esattamente quello che fa il computer: riconosce come vera ogni stringa esistente nella sua memoria. Poco gli importa se il testo di un file (ad esempio) sia identico a quello di un altro file: l’importante è che siano identificati con stringhe diverse. Se non lo fa l’utente, lo fa la macchina, da sola, aggiungendo <copia> alla stringa.

Nel medioevo c’è una forte tendenza a creare un organo specifico per ogni funzione. È noto l’esempio riportato da Huizinga[3] del reggitore-di-fronte-dell’Imperatore-in-caso- di-mal-di-mare-durante-una-traversata.

Rientra in questo contesto anche l’abitudine degli utenti di dare un nome proprio ad ogni oggetto, fatto che anche oggi persiste, ad esempio, in ambito informatico, dove ogni macchina ha il suo proprio nome. Sto scrivendo su un macbook pro che si chiama Silver Surfer, perché è piatto e color argento. Il mio portatile precedente aveva il guscio nero e si chiamava Mac Duff, perché Mc Duff era il nome dato agli schiavi di colore in Scozia.

Leggi anche:

 

Note

  1. H. M. Deitel, Operating Systems, Prentice Hall, New York, 2003.
  2. Claude Bernard, cit. in Paul Watzlawick, Pragmatica della comunicazione umana, Astrolabio, Roma, 1971. p. 25.
  3. Huizinga, L’autunno del medioevo, Newton & Compton Editori, Roma, 1989.

Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
ISSN: 281-4760
Data: 15 maggio 2009

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