Multitasking e pragmatica del pensiero medioevale, 04

di Fernanda Moneta

Mente umana 4

Costruita nel 1400, la campana Emanuel della cattedrale di Notre-Dames è la campana che suona solo in gravi occasioni in tonalità Fa#2, Fa Diesis Grave (appunto). Emmanuel pesa quasi 13 tonnellate. Solo il batacchio pesa 500 chili. In effetti, sarebbe più logico pensare che una campana di questa stazza suoni in Mi2, una tonalità meno pura del Fa#2.

In effetti, la campana originaria pesava solo la metà. Si dice che quando venne realizzata nuovamente, nel 1631, le donne lanciarono nel metallo fuso, oro ed altri gioielli per dare alla campana la purezza del Fa Diesis.

Vero o falso che sia, questo aneddoto evidenzia il fatto che la tonalità della campana non sia casuale, ma sia il frutto di una scelta precisa, riguardante un’intera comunità.

Accanto a Emanuel, che sta nella torre sud, non c’è alcun’altra campana. È sola, a sottolineare che ha un proprio ruolo, un destino particolare. Nella torre nord, si trovano Angélique Françoise, Antoinette Charlotte, Hyacinte Jeanne e Denise David: quattro campane più piccole, fuse nel 1856 per sostituire quelle medioevali, distrutte durante la Rivoluzione, che suonano quotidianamente alle 8.00, alle 12.00 e alle 19.00.

CampaneIl pensiero medioevale non riconosce oggetti che non siano codificati in base alle varabili riconosciute. Nella mente dell’uomo medioevale, i concetti hanno un ordine gerarchico prestabilito. Ogni idea è un oggetto autonomo, plastico. La memoria è codificata in stringhe, connettibili tra loro secondo un codice binario: due alla volta.

L’intelligenza umana e i livelli di attenzione non sono statici, ma in continua evoluzione, quantitativa, qualitativa e modale.

Un fatto che si ritiene tipico della cultura digitale e strettamente connesso al modello multitasking, è quello di affidare più parti della nostra memoria ad hard disk esterni piuttosto che al nostro cervello. È l’idea di collezionare informazioni in enciclopedie e codici è tipica del medioevo. Si tratta di un atteggiamento mentale formalistico, in cui i significati sono riconducibili a un livello altro di realtà. Nulla è ciò che sembra, ma piuttosto vuole significare altro, testimoniare l’esistenza di una prospettiva mistica che è la vera realtà della vita. Ogni cosa testimonia la natura trascendentale. Di ogni cosa si cerca il significato morale, la lezione che racchiude, che è il suo aspetto essenziale. Si tratta di un pensiero che agisce sempre contemporaneamente su due livelli.

Cerimoniale ed etichetta, regole fisse basate su una casistica dettagliata, si applicano ad ogni aspetto dell’interazione umana[1]. Occidente e Oriente, la sostanza del processo è la stesso: i codici sono la chiave per aderire al secondo livello della realtà, il principale, quello mistico. Se questa adesione è totale e profonda, è possibile sfondare le barriere del tempo lineare e agire su vari piani contemporaneamente o, come dicono gli orientali, piegare la realtà. Fatto che rientra nelle naturali capacità della mente umana, anche se dimenticate. È il diamante ricoperto dal fango.

Nel 1278, il giapponese Nichiren Daishonin scrive: “Poiché l’imperatore Han credette senza alcun dubbio nelle parole del suo servo il fiume gelò. Li Kuang fu in grado di conficcare la freccia nella pietra poiché pienamente convinto che fosse la tigre che aveva ucciso suo padre”[2].

Samurai 2Riportando due fatti storici, il brano descrive perfettamente com’è nel concreto la vita bilivello: l’Imperatore di Han credette così fermamente a quanto gli aveva riportato un suo aiutante (che il fiume che doveva guadare con l’esercito era gelato), che, in effetti, lo trovò così. Li Kuang, arciere vissuto durante la dinastia Han, riuscì a conficcare una freccia in una roccia perché l’aveva scambiata per la tigre che aveva ucciso suo fratello. Una volta capito di aver sbagliato, però, non riuscì più a ripetere l’impresa. Il fango aveva avuto sopravvento sul diamante.

In questo contesto, il canto gotico, la recitazione delle preghiere, dei mantra, sono utilizzati come metodi per la meditazionee la (ri)programmazione mentale. In altre parole, recitando, si svuota la mente da vecchi preconcetti, per inserine di nuovi direttamente nel suconscio. I tempi in cui si respira tra le varie frasi, la cadenza delle sillabe, le pause… La ripetizione di un testo a memoria, con la cadenza data dalla metrica, cambia la chimica del cervello, permettendo non solo di pensare contemporaneamente ad altro senza rallentare nessuno dei processi, ma anzi di far emergere dati sommersi nella memoria, catalizzare avvenimenti esterni, attirare nella nostra orbita persone e cose che altrimenti non farebbero mai parte del nostro presente. Si medita sulle cose senza tener conto del nesso causale, in un’analisi semiautomatica, che è come una numerazione perpetua. È il tempo a cambiare, non lo spazio. È il livello mistico che dà senso al tempo, permettendogli “di essere non più dispersa molteplicità, sciame informe di vuote apparenza, ma sensata unità raccolta nella attesa della eternità beata”[3].

Parallelemente, nel testo medioevale giapponese Ongi Kuden (Insegnamenti orali), la parola irai viene tradotta come I (letteralmente, passato) e rai (letteralmente, futuro). Irai è il momento presente che compartecipa di passato e futuro, fondendoli in una grande unità. La descrizione fenomenica del tempo non esiste, esso è creato dal flusso di coscienza.

Per S.Agostino tutto è instabile, provvisorio.

Da un lato il tempo è contrassegno della finitudine dell’uomo, disperso e come disgregato nelle molteplicità degli instanti, che si susseguono inesorabilmente. Per cui esso è indizio della drammaticità della vita, di un suo non-autopossesso: per la inconsistenza del tempo (il passato non è più, il futuro non è ancora, il presente stesso non è che un attimo inafferrabile, senza spessore, sfuggente). D’altro lato la coscienza del tempo indica una elevazione dell’uomo sopra la molteplicità dispersa degli istanti; sintetizzando il molteplice egli si avvicina all’eterno presente di Dio: il tempo è distensio animi, l’animo si dilata ad abbracciare l’estensione altrimenti desolatamente disgregata della successione temporale (in te, anime meus, tempora metior)[4].

dfLa working memory, nel modello proposto da Baddeley e Hitch (1974), costituisce il sistema mnemonico coinvolto durante l’esecuzione di differenti compiti cognitivi. Questi studiosi, analizzando i risultati sperimentali del paradigma del dual-task, sostengono che per eseguire due compiti simultaneamente, è meglio attivare due distinti domini percettivi e/o emisferi cerebrali differenti (compiti visivi e verbali, emisfero destro e sinistro). In questo modo, la performance multitasking risulta efficiente come quella dei compiti eseguiti singolarmente. Al contrario, eseguire allo stesso tempo due compiti affini fa scadere la prestazione.

Un articolo di Walter Kirn, pubblicato dal sito The Atlantic[5], cerca di spiegare se gli effetti dell’abitudine di svolgere molteplici attività in contemporanea siano dannosi oppure no per il cervello. Fare multitasking, sostiene Kirn, alla lunga abbatte la nostra capacità di concentrazione, ci rende meno reattivi ed incide, in negativo, anche sul nostro umore. A breve termine i sintomi da multitasking sarebbero: confusione, fatica e una diminuzione delle capacità di focalizzare e analizzare. A lungo termine si avrebbe l’atrofia.

C’è da chiedersi però, se tutto ciò sia davvero dovuto al multitasking in sè. Forse il problema sta nel fatto che è considerata corretta una forma mentis relativista, in cui giusto e sbagliato, bianco e nero, non esistono. Quello odierno è un sistema che non fornisce mai gerarchie trasparenti, che non stabilisce priorità chiare, che ha troppe regole e/o nessuna regola, tante morali e/o nessuna morale. Scegliere, mettere in ordine d’importanza le azioni da compiere, costruirsi un’agenda sono diventati atti complicati a cui non veniamo addestrati in modo naturale, fin da piccoli. Demandiamo ai segretari, al cellulare, al programma di posta elettronica.

Il multitasking delle macchine ci costringe a tornare in contatto con la nostra natura originaria, che non ha nulla a che fare con la totalizzazione del libero arbitrio o con l’iperspecializzazione delle competenze e dei compiti voluta dal capitalismo.

Leggi anche:

 

Note

  1. Honoré Bonet, Arbre des batailles, Michel Le Noir, Parigi, 1515.
  2. Da Il Generale tigre di pietra, Gli scritti di Nichiren Daishonin, vol. IV, pag. 205.
  3. Eco Umberto, Arte e bellezza nell’estetica medioevale, Bompiani, Milano, 1987.
  4. Eco Umberto, cit.
  5. http://www.theatlantic.com/doc/200711/multitasking.

  1. Pubblicato su: Art a part of cult(ure)
    ISSN: 281-4760
    Data: 22 maggio 2009

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